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"Delitto Campanile, si rispolveri la pista rossa. Falso il racconto di Bellini"

Tiziano Soresina
"Delitto Campanile, si rispolveri la pista rossa. Falso il racconto di Bellini"

Quarant'anni fa il delitto: lo zio di Alceste parla di depistaggi ad alto livello. Nel punto in cui fu trovato il cadevere un cassonetto nasconde il cippo

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REGGIO EMILIA. Sono trascorsi quarant’anni dal misterioso assassinio del 22enne Alceste Campanile, militante di Lotta Continua. Un anniversario – su un caso che tutt’Italia conosce – vissuto con discrezione sia dai vecchi compagni dell’ultrasinistra e dai familiari che, in momenti diversi, hanno sostato – in cimitero a San Maurizio – davanti alla tomba del giovane ucciso nella notte fra il 12 e il 13 giugno 1975 (accanto a lui è tumulato anche il padre Vittorio Campanile che ha dedicato tutta la sua vita nell’affannosa ricerca di chi gli ha ucciso il figlio). Il tempo inesorabile che passa ha reso anche difficile individuare il cippo che – in località “Convoglio”, a Montecchio – ricorda il punto in cui quarant’anni fa venne trovato il cadavere.

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E non aiuta certo il cassonetto per i rifiuti che “nasconde” alla vista la lapide nera, cupa come la vera e propria esecuzione che avvenne in quel punto vicino al greto dell’Enza. Perché fu ucciso Alceste Campanile? La domanda, nonostante siano trascorsi quattro decenni, rimane purtroppo d’attualità, perché la verità giudiziaria (il killer “nero” Paolo Bellini nel 1999 si è autoaccusato del delitto motivandolo con l’odio politico, una confessione divenuta nel 2009 sentenza di condanna ma con proscioglimento dell’omicida perché il reato è prescritto) non convince. E il primo a non esserne convinto da sempre è lo zio di Alceste, il pediatra in pensione Emanuele Campanile che vive negli Stati Uniti: «I lupi che uccisero Alceste – conferma la sua posizione alla Gazzetta – furono lupi rossi e non neri. E’ giusto che si indaghi ancora, perché l’omicidio di Alceste non fu solo un fatto locale ed il depistaggio non rimase confinato a Reggio. Il depistaggio fu addirittura di natura nazionale tanto è vero che nel 1997 emerse chiaramente nella 16esima seduta della Commissione nazionale d’inchiesta sul terrorismo in Italia, in cui l’onorevole Enzo Fragalà parlò di depistaggi organizzati dal ministero dell’Interno per far ricadere la colpa sulla destra».

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E il discorso scivola inevitabilmente su Bellini e la sua inaspettata confessione: «Si è autoaccusato di altri delitti, ma non sempre è stato creduto in tribunale. Sono tanti gli aspetti che non tornano. Ne cito solo uno. Nel sangue di Alceste c’era completa assenza di adrenalina, era quindi con gente che si fidava e l’ha tradito. Se l’avesse caricato di notte in auto Bellini, come sostiene, avrebbero trovato tassi elevati di adrenalina».E adesso? «Da quando Bellini si è accusato dell’omicidio di mio nipote – conclude – ho iniziato e continuo tuttora le ricerche sul caso, perché l’avevo promesso a mio fratello Vittorio, morto nel 1996 senza sapere il chi e il perché dell’esecuzione. E continuo nelle mie indagini private».

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