Gazzetta di Reggio

Reggio

Sanità, nubi sul progetto Mire: «Apriamo un confronto»

di Evaristo Sparvieri
Sanità, nubi sul progetto Mire: «Apriamo un confronto»

Le perplessità del vicesindaco Sassi, che lancia la proposta degli stati generali: «Non si possono concentrare risorse solo sulla costruzione di nuovi padiglioni»

3 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. «Con il Mire rischiamo di avere un nuovo ospedale sovradimensionato, che avrà costi di gestione elevati a fronte di una riorganizzazione logistica che non è detto comporti ulteriori risorse umane ed economiche. Credo che la discussione sulla sanità non debba partire solo da un discorso di tipo immobiliare. Per questo penso sia necessario lanciare gli Stati generali della sanità». Di fronte alle nubi che da Bologna sembrano addensarsi sul futuro del Mire, non vuole che il territorio si faccia trovare impreparato. Ed è per questo che il vicesindaco, Matteo Sassi, lancia un appello per coinvolgere più soggetti possibili nel dibattito sulla sanità reggiana, alle prese anche con la fusione delle due aziende sanitarie e con una riorganizzazione che, secondo Sassi, «potrebbe avere conseguenze su un pilastro del nostro stato sociale, che da sempre gode di stima e fiducia da parte della cittadinanza».

[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.11631770:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11631770:1649480262/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

Vicesindaco, si rincorrono voci che mettono in bilico il futuro del Mire. Si rischia davvero di veder tramontare il progetto?

«Credo che il mondo della sanità reggiana si stia interrogando su come far fronte alla tenaglia fra bisogni che crescono e risorse che, quando va bene, restano le medesime. Per noi reggiani la sanità è una vera istituzione. Non vorrei che si commettesse l’errore di confondere la sanità solo con operazioni di ampliamento degli ospedali o con nuovi investimenti tecnologi. La sanità, che significa cura della salute delle persone, è molto altro. Ma il dibattito è stato egemonizzato da questioni che hanno a che fare solo con la costruzione di mura ed edifici».

Di cosa si dovrebbe parlare invece?

«La maggioranza delle risorse investite finiscono nelle sanità territoriali, non negli ospedali. Non vorrei che la sanità del territorio finisse per diventare una cenerentola nel dibattito pubblico-politico, soprattutto in una fase in cui i bisogni realmente crescenti sono quelli dell’assistenza nel lungo periodo. Penso alla domiciliarità, all’assistenza infermieristica, ai servizi di accompagnamento. Non si può perdere di vista tutto questo».

Teme che se la Regione investirà sul Mire si ridurranno le risorse a disposizione per tutto il resto?

«Il Mire è un investimento importante: parliamo di quasi 30 milioni di euro. Per ora ne sono stati accantonati 14. Ne servirebbero altrettanti. Di fatto, sarà un nuovo ospedale di 15 mila metri quadrati, dove finiranno reparti, servizi e attività già oggi in larga parte al Santa Maria. Il rischio è che assorba ulteriori risorse anche per il suo funzionamento. Inoltre non credo che verranno assunte 500 nuove persone. Io spero che questa partita sul Mire in qualche modo si sciolga presto. È ormai da troppo tempo che si tiene in ostaggio il reparto di Ostetricia e ginecologia, con condizioni al di sotto delle aspettative, in attesa di una soluzione definitiva».

Il suo sembra un ripensamento sull’intero progetto, dopo tutto ciò che si è fatto per arrivare fin qui.

«Il mio ragionamento non vuole dire “non facciamo il Mire”. Io credo solo che sia arrivato il momento di aprire un dibattito: un confronto non solo tra gli specialisti e gli addetti ai lavori, che spesso hanno ruggini fra di loro».

Chi coinvolgerebbe?

«Tutti coloro che possono dare un contributo. I Comuni, i decisori locali, la cittadinanza. Abbiamo più di cento associazioni di volontariato nel campo sanitario: un patrimonio di esperienze e capitale umano da mettere a frutto».

Per le decisioni in materia sanitaria c’è già la conferenza socio-sanitaria. Non è sufficiente?

«Credo che sia una struttura limitata, anche se non per responsabilità degli amministratori. Non è sufficiente restare nelle sedi formali. Al di là delle formalità, abbiamo organizzato Stati generali su tutto. Non vedo il motivo per cui non possano essere organizzati anche sulla sanità. Serve un luogo che coinvolga in primo luogo i professionisti. Avverto un certo dissenso rispetto al Mire, mai palesato fino in fondo. Penso che con gli stati generali si possa arrivare ad una visione unitaria e compatta, facendosi così trovare pronti di fronte alle sfide che ci saranno nei prossimi anni».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google