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Tra passato e futuro con l’associazione Tavola di Bisanzio

di Paolo Ruini
Tra passato e futuro con l’associazione Tavola di Bisanzio

Baiso, il presidente Caselli: «Vorremmo fondare un centro per studiare il ricco lascito dell’Impero Romano d’Oriente»

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BAISO. I Bizantini – impero romano d’Oriente – furono presenti in Italia per quasi 400 anni dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, nel 46 dopo Cristo. Una delle aree controllate dai Bizantini era la zona di Baiso. A Castellarano, invece, erano stanziati i fieri Longobardi. Un periodo storico molto ricco, tuttora da scoprire. Ecco perché a Baiso è nata una nuova associazione dal nome “La Tavola di Bisanzio”, che si candida a mettere Baiso fra le città capitali dell’Italia Bizantina.

Cos’ha fatto nascere l’idea di realizzare una rievocazione dedicata a un tempo così antico come quello dei Bizantini in Italia?

«Come in tutte le rievocazioni – risponde Giuliano Caselli, amministratore comunale e neopresidente della Tavola di Bisanzio – si è partiti dalla storia e dalle testimonianze. Nelle terre di Baiso e nell’alta valle del Tresinaro rimangono le tracce di un passato antico. Questa terra reggiana, forse meno studiata di altre, è di fatto ricca di documenti, letteratura e di poesia. Lungo il crinale di questi monti, e giù verso la valle del Tresinaro, passava il limes che segnava il confine tra il Castrum Verabolum bizantino, l’erede dell’Impero romano che faceva capo a Ravenna, e il Castrum di Bismantova, che faceva capo ai Longobardi, i nuovi conquistatori. Un limes longobardo-bizantino: una vasta fascia di terre lungo una linea difensiva e di attacco, che correva lungo il medio crinale appenninico, dal monte Fosola al monte Antoniano, da San Vitale a Valestra, nonché sulle pendici degradanti verso Baiso e il monte Lucino. Qui per due secoli almeno (VII e VIII d.C.) si sono fronteggiati, ma anche riconosciuti e intrecciati due popoli e due civiltà. Nelle terre del Verabolo i Bizantini hanno lasciato la loro storia e i loro nomi, i loro templi e i loro santi, i loro milites e i loro figli, ma anche i loro usi e i loro gusti come l’allevamento della pecora, e la pastorizia. Una piccola ma precisa e ben riconoscibile identità».

Si può ancora parlare di un legame che unisce Baiso al mondo del Medio Oriente e quindi dell’antica Turchia?

«Nell’alto Medioevo il territorio di Baiso sottostava all’autorità imperiale di Bisanzio e faceva parte dell’Esarcato di Ravenna. In seguito a questa occupazione bizantina l’allevamento della pecora si radicò in alcune zone del nostro Appennino, a differenza dei confinanti territori longobardi dove la popolazione era dedita all’allevamento di bovini e suini. Lungo il percorso di 14 secoli, Baiso ha saputo preservare la sua tradizione: l’arte del macellare e cucinare la carne di pecora».

Visto che le tradizioni culinarie hanno retto più di tutto, parlando di festa che differenza c’è fra la prima edizione della Tavola di Bisanzio e quelle più recenti?

«Nel corso dei dieci anni si è passati da una semplice degustazione di quelli che erano denominati i “Sapori di Bisanzio” a una due giorni all’insegna della rievocazione. La prima edizione, che risale al 4 settembre 2005, si era tenuta al castello di Baiso dove si potevano degustare tutte quelle prelibatezze enogastronomiche tipiche del territorio di Baiso, dedicando uno spazio particolare alla carne di pecora. Ora sono diventati due giorni di rievocazione, spettacolo, musica ed enogastronomia».

Qual è il segreto del successo di questa festa?

«Credo che il segreto sia stato quello di coinvolgere tutta una comunità. Ci tengo a sottolineare il fatto che La Tavola di Bisanzio è il risultato dell’impegno, della collaborazione, della capacità di lavorare insieme, di tutte le associazioni di Baiso, del volontariato di intere famiglie, e di gran parte della popolazione che con eccezionale disponibilità ci hanno affiancato nella organizzazione di questo importante evento. La nuova associazione è l’espressione di tutto questo, è infatti costituita da 33 soci in rappresentanza di tutte le associazioni del territorio, con l’aggiunta di persone considerate fondatori di questa manifestazione».

Perché la nascita di un’associazione?

«Da pochi mesi, e con l’appoggio dell’amministrazione comunale, si è deciso di costituire un’associazione che si pone l’obiettivo di continuare l’esperienza, mediante un più appropriato metodo programmatico e organizzativo, allo scopo di consolidare l’iniziativa, rivolta al recupero storico-culturale-gastronomico della presenza bizantina nel territorio di Baiso».

Quali sono i progetti della Tavola di Bisanzio?

«Proporre non semplici eventi, ma occasioni ricorrenti in cui si coniughino l’aspetto gastronomico, ludico e folkloristico con la ricerca storica, la raccolta e l’implementazione dei documenti e degli studi, l’incontro con gli altri centri culturali dell’Appennino: la Tavola di Bisanzio, appuntamento annuale già consolidato, dovrà diventare un momento di crescita culturale che da un lato approfondisca la conoscenza della civiltà bizantina e dei luoghi che l’hanno generata, e dall’altro sia occasione di apertura generosa alle altre civiltà del territorio, accanto alle quali si è sviluppata. Così la Tavola di Bisanzio non sarà solo un banchetto, una tavola apparecchiata che proponga le specificità della cultura bizantina: i rosticini e le costine di agnello, la pecora bollita e il caratteristico violino stagionato nelle cantine, le profumatissime barzigole preparate per tempo in una concia antica e segreta. Sarà soprattutto, proprio alla maniera del “Convivio” di Dante, un luogo d’incontro, di saperi e di studi, di ricerche e di piccole scoperte, di raccolta di ogni utile testimonianza: dalle pergamene e oltre le pergamene, dalle scoperte archeologiche e oltre le scoperte archeologiche. Nel segno di una modernità che si rifà comunque a una storia precisa».

Quindi particolare attenzione all’aspetto culturale?

«La principale novità di questa associazione è la presenza al proprio interno di un “Comitato Scientifico” deputato a promuovere la ricerca e l’approfondimento storico e culturale del territorio, ma soprattutto darà vita a un Centro studi dedicato alla civiltà di Bisanzio e alla sua cultura, che ha avuto nella valle del Tresinaro una propaggine significativa e che consente di essere indagata con successo. Si tratterà di una sede stabile e permanente, riferimento per l’intero territorio della valle, che si ponga come una sorta di laboratorio per gli studiosi, e che mantenga relazioni di studi tanto col mondo accademico quanto con le scuole e le istituzioni del territorio, oltre che con i centri di cultura bizantina a livello nazionale (Ravenna) e anche sovranazionale (Bisanzio-Istanbul). Un centro che diventi il cuore pulsante della valle del Tresinaro e di Baiso in particolare, in grado di raccogliere l’eredità degli studiosi (che già ci hanno aperto la strada), gli esiti dei convegni che si sono succeduti dal 2009, i risultati delle tavole rotonde, le testimonianze della cultura materiale (toponomastica e tradizioni, le parole del dialetto, i ricordi della gente). Un patrimonio che dovrà essere messo in valore attraverso una serie di progetti».

Quali saranno le novità della manifestazione 2015?

«Sarà una festa d’altri tempi nel bel mezzo dell’estate. Sabato 18 e domenica 19 luglio, Baiso e la sua Tavola di Bisanzio proporranno due giorni di spettacolo, rievocazione, musica ed enogastronomia. Il viaggio nel passato sarà assicurato con la presenza di artisti di strada, con giullari e mangiafuoco, esibizioni di arcieri, balestrieri e falconieri. In questa edizione ci saranno due novità: un concerto Celtic Folk Rock del gruppo Corte di Lunas e una vera dimostrazione di combattimento tra Bizantini e Longobardi con il gruppo Invicti Lupi».

Una nuova associazione, molti nuovi appuntamenti: quali sono le prospettive?

«Quello di quest’anno è un programma ricco, che sfida le difficoltà della crisi grazie all’impegno di un intero paese, e che suona come gesto d’amore per le tradizioni, la storia locale e il territorio. Credo che questo sia il migliore atto di rispetto per conservare il passato, farlo rivivere nel presente e consegnarlo come identità intramontabile alle generazioni future».

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