Grissin Bon, la speranza crolla alle 23.16 e il sogno diventa un incubo
Tutto il pubblico del PalaBigi ringrazia i giocatori biancorossi ma c’è amarezza per uno scudetto accarezzato e poi fuggito
REGGIO EMILIA La diga della speranza crolla alle 23,16 di una notte che rischia di non finire mai, perché l’ondata di amarezza arriva improvvisa, quando il sogno è lì lì per sbocciare. L’ottovolante delle emozioni, crudele, spietato come una coltellata, regala lo scudetto a Sassari. Ci sono quasi due minuti di silenzio, poi gli applausi dell’orgoglio a Max Menetti, a tutti i giocatori. Si alza il coro «Grazie ragazzi» e tutto il PalaBigi è in piedi ad applaudire. E applaude anche tutta la squadra rivolta ai sostenitori, perché questa lunga serie di sfide è come se l’avessero giocata tutti quelli che c’erano. I quattromila del PalaBigi e le altre migliaia che sono davanti ai maxischermi in piazza e nei salotti a soffrire per quello che poteva essere il primo storico, immenso, scudetto reggiano.
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No, Reggio non è campione d’Italia. Suonava così bene e così dolce, come nemmeno nei sogni dei più ottimisti. C’era una coppa da alzare e da cullare, una gioia infinita da tramandare di padre in figlio. Qui adesso tutti piangono, mentre gli altri si abbracciano e non smettono più di scoppiare di gioia. Anche il grande cuore rosso stampato sulle magliette di tutti i tifosi adesso sembra spento, senza sorriso. L’ultimo pallone è scivolato via lieve, l’immenso braccio di ferro fra due giganti alla fine viene deciso da soffice refolo di vento, è lo sbattere di una piuma a spostare gli equilibri, ad abbattere l’ultimo muro. E così la sera del dì di festa degli uni diventa il calvario degli altri.
Ci sono fischi all’inizio della cerimonia di premiazione, poi solo applausi quando i giocatori di Sassari alzano la coppa e nel palasport suona il “We are the champions” dei Queen. Prima, quando sfilano mesti i giocatori reggiani, battono le mani anche i vincitori, quelli della Dinamo che hanno contribuito a rendere impareggiabile questa serie di finale. Hanno dato spettacolo e dopo 300 minuti di gioco, che se li metti in fila anche senza le pause sono cinque ore filate, fanno quasi tenerezza quelli di Reggio che meriterebbero un altro scudetto. Lo sport è così e guai se non lo fosse: deve vincere uno solo ma come fai a spiegarlo a chi per un’intera stagione e soprattutto per le 19 partite dei play off non ha pensato ad altro che a un giorno così, e adesso è dura pensare al dopo, all’inevitabile “chissà se ce ne sarà un altro”.
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Non era solo una finalissima fra due grandi squadre, era l’intreccio dei sogni di due città, anzi nel caso del Banco di un’intera regione – la Sardegna – che ha regalato alla televisione ascolti superiori a quelli di una finale di Champions League del calcio. Una lezione per tutti, lo sport quando esprime valori, spettacolo, lealtà piace anche al di là dei confini del tifo. Non è necessario che siano in scena le metropoli, è quello che offrono, sono due favole che si intrecciano e piacciono a tutti. Qui è ancora più bello, perché ci sono le sfide dei play off e conta fino a un certo punto essere primi dopo la stagione regolare.
A giocarsi il tricolore ci sono la terza e la quinta ma non c’è nessuno che adesso pensi che non siano le più forti. Quei pochi che erano scettici si sono dovuti ricredere di fronte allo spettacolo che hanno saputo offrire in queste sette sfide. Lo si sapeva prima che sarebbe stato terribile per chi non ce l’avrebbe fatta, veder interpretare il proprio sogno agli altri, che adesso sono lì che cantano e ballano, alzano una coppa, si abbracciano, si baciano e si rotolano di gioia. Verrà il giorno in cui si capirà che è stata comunque una grande impresa, ma ora no: ora le lacrime sono lì che sgorgano infinite come le emozioni di questa serie di sfide da antologia. Già al risveglio per Reggio Emilia, per tutti quanti, anche per quelli che al PalaBigi non ci hanno messo mai piede, non c’era pensiero che per la notte, sperando che fosse infinita.
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Mai il tempo è sembrato scorrere così lento, tutti a chiedersi quando sarebbero arrivate le 21.15 e quella prima palla a due, tutti pronti a saltare, tutti in piedi a spingere quei ragazzi con la maglia biancorossa che non ce la fanno più. L’ultimo sforzo è come l’ultima curva della salita del Mortirolo, non finisce mai. E li vedi, lì sugli spalti, tutti con la maglietta celebrativa già due ore prima che si cominci a giocare. Alle 20,48, quando entrano i giocatori in maglia biancorossa, i decibel degli olè quasi superano quelli della musica. Poi l’annuncio delle formazioni, quelle degli ospiti sono coperte dai fischi.
Non è elegante ma non c’è cattiveria, fa parte del rito di questa moderna arena della palla a spicchi. Poi c’è il momento dell’inno nazionale. Lo cantano tutti, in piedi, i giocatori su due file distanti, gli uni di fronte agli altri. Quelli di Sassari mostrano con orgoglio la bandiera dei quattro mori. Poi comincia la partita, l’avvio della Grissin Bon è devastante, come a lanciare più che un messaggio. Le altre sei sfide si sono chiuse sul 512 a 490, ci sono 22 punti di differenza, quasi un delitto non aver chiuso prima di questo ultimo atto.
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E brucia ancor di più aver visto lo scudetto salire sull’aereo per Alghero, quando la somma dei punti resta di 20 punti per i reggiani. Anche se c’è amarezza, val la pena di riavvolgere il nastro di questa ultima notte infinita. Il primo quarto è una marcia trionfale. Finisce 21-4, se fosse baseball negli Stati Uniti avrebbero mandato tutti negli spogliatoi e chiuso la sfida per “manifesta inferiorità”. La gioia è così tanta che anche il caldo diventa quasi un insipido dettaglio. Arriva poi il secondo quarto frena un po’ le certezze ma non l’entusiasmo, specie quando Sassari torna prima a meno quattro, poi a meno sei, meno cinque, meno tre. All’intervallo lungo c’è di nuovo un piccolo solco sulle speranze avversarie: 32-26.
Il secondo quarto è tutto sassarese, il parziale (22-11) è un bel campanello d’allarme. Il terzo quarto regala subito momenti difficili. Il pubblico soffia sulla palla e fischia quando ce l’hanno in mano gli altri. La Grissin Bon dei giocatori acciaccati e incerottati regge l’anima con i denti, resta sempre avanti. A un certo punto Polonara richiama con ampi gesti un sostegno ancor più vigoroso. Reggio torna anche a più 8 ma è dura, perché poi Sassari risale a meno tre. Ci pensa Lavrinovic a riportare il più cinque, con una gamba sola fa comunque paura. Uno spettatore di prima fila rischia di rovinar tutto mettendo le mani addosso a Edgar Sosa dopo un brutto fallo. Viene espulso e fischiato e speriamo di non vederlo più uno così in giro per palazzetti.
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Il terzo quarto finisce 55-48 (più 7), il parziale è di 23-22 per Reggio. Poca cosa ma Sassari è più lontana e restano dieci minuti. L’ultimo quarto si apre con Reggio ancora in vantaggio, l’ottovolaente delle emozioni sfila via sempre più intenso. E a un certo punto la Grande Paura attanaglia il palasport, siamo a meno uno, minimo vantaggio. Poi Logan regala il pari, il primo della partita. E arriva anche il sorpasso, beffardo e al fiele. Gli ultimi secondi, con l’ultimo assalto fallito, sono sotto gli occhi di tutti. Il soffio di vento ha portato lo scudetto al di là del mare. Qui resta solo un’afa terribile. Finito il tempo delle lacrime verrà anche quello per ritrovare l’orgoglio. Non è facile dirlo ma è stato comunque bello. Davvero.
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