Vertinelli, il procedimento di sequestro resta a Reggio
La Corte boccia le tesi difensive, nella prossima udienza sarà nominato un perito Nuove accuse nell’inchiesta Aemilia: i 2 figli sarebbero dei prestanome per il clan
REGGIO EMILIA. Resta in tribunale a Reggio il procedimento sul sequestro preventivo di beni – stimato sui 10 milioni di euro – ai fratelli Palmo e Giuseppe Vertinelli.
L’ha deciso la Corte – presieduta da Francesco Caruso, a latere i giudici Cristina Beretti ed Andrea Rat – che ha rigettato le eccezioni preliminari sollevate nell’udienza di un mese fa dagli avvocati difensori Alessio Fornaciari e Gaetano Pecorella ( a cui si era opposto il pm antimafia).
Da quanto “filtra” l’articolata serie di eccezioni preliminari è stata affrontata dai giudici in maniera differente a seconda del contenuto, rinviando al momento della decisione di merito (per esempio il “nodo” riguardante la pericolosità generica) oppure respingendo in toto (come sarebbe avvenuto per la competenza territoriale).
Esaurito questo “passaggio” non indifferente, ora il procedimento (sempre a porte chiuse) riprenderà il suo cammino già la prossima settimana con il conferimento d’incarico al professionista che dovrà entrare nelle pieghe del mega patrimonio sequestrato (quote societarie, appartamenti e autorimesse a Montecchio, Gattatico e nel Parmense, un terreno a Crotone, due auto e due scooter) fra cui spicca la grande struttura del ristorante “Millefiori” di Montecchio. Attività economiche e beni che le indagini della guardia di finanza ritengono riconducibili non solo a Palmo Vertinelli ma pure a tre componenti del suo nucleo familiare.
Sempre la famiglia Vertinelli è sotto pressione anche sul versante dell’inchiesta antimafia “Aemilia”, oltretutto con un ampliamento delle accuse che non riguardano più solo i fratelli Palmo e Giuseppe (considerati dagli inquirenti ben inseriti nella cosca Grande Aracri operativa in Emilia e con epicentro a Reggio), visto che nell’atto di chiusura delle indagini sono finiti anche i figli Antonio (29 anni) e Giuseppe (28 anni) residenti sempre a Montecchio.
La Dda parla dei due fratelli Vertinelli come «imprenditori collusi, in rapporto sinallagmatico con il sodalizio mafioso dai reciproci vantaggi, consistenti nello sfruttare il consolidato rapporto con gli altri associati per imporsi nell’economia del territorio ed allargare la propria influenza e capacità affaristica, e per la struttura ’ndranghetistica nell’ottenere risorse, servizi e utilità». E gli accertamenti dell’Antimafia hanno poi addebitato ai Vertinelli fittizie intestazioni di società ed immobii «favorendo il reimpiego di denaro» proveniente da reati commessi da appartenenti alla cosca Grande Aracri. E vengono ritenuti dei prestanome anche i figli Antonio e Giuseppe Vertinelli.
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