Gazzetta di Reggio

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I familiari: «Dopo 55 anni deve essere fatta giustizia»

di Roberto Fontanili
I familiari: «Dopo 55 anni deve essere fatta giustizia»

La richiesta dei parenti delle vittime è la stessa avanzata dalle autorità cittadine Vecchi e Manghi: «Combattiano un revisionismo che cancella le responsabilità»

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REGGIO EMILIA. «Vogliamo sia ribaltata una sentenza vergognosa e per riconoscere finalmente la verità. Sono stati assolti i carnefici e condannate le vittime». Ettore Farioli il figlio di Lauro Farioli, a nome dei familiari dei caduti del 7 luglio ’60, con la voce rotta, ancora ieri a 55 anni di distanza da quei tragici fatti, ha chiesto giustizia per un processo che si è chiuso con l’assoluzione di tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. Un’ingiustizia che ancora fa male e contro la quale i familiari di Ovidio Franchi, Lauro Farioli, Afro Tondelli, Emilio Reverberi e Marino Serri, non hanno mai smesso di lottare. E non hanno intenzione di farlo oggi quando c’è il tentativo, come hanno denunciato il sindaco Luca Vecchi e il presidente della Provincia Giammaria Manghi di «un revisionismo che cancelli le responsabilità». «La ricerca storica è utile - ha detto Luca Vecchi - ma senza furbizia e strumentalizzazione, verso i familiari e una città che aspetta ancora giustizia per una tragedia in cui lo Stato quel giorno sparò contro se stesso». I familiari da parte loro hanno ribadito di non aver alcuna intenzione di mollare e la loro disponibilità a «collaborare con chi vorrà riscrivere al storia di quei fatti». «Sarà la nostra rivincita», ha poi aggiunto Ettore Farioli, che aveva solo due anni quando vide in papà in vita per l’ultima volta e che ha avuto anche parole dure nei confronti di una politica che «ha smarrito il senso dell’etica ed è indebolita della corruzione». L’esatto opposto di quello per cui hanno lottato e si sono sacrificati in quel tragico luglio 1960: «Fatti - ha concluso Farioli -i che non trovano spazio nei libri di storia mentre lo Stato si è dimenticato di loro».

Una celebrazione quella che si è svolta ieri - con la visita al cimitero Monumentale, la deposizione di una corona sul cippo dedicato ai cinque caduti e una visita alle cinque pietre di inciampo nei luoghi dove caddero i manifestanti sotto gli spari della Polizia e la celebrazione ufficiale ai Giardini Pubblici - che ha cercato di evitare ogni retorica per trattenere ben saldo il filo del sacrificio di quei cinque “ragazzi dalla magliette a strisce” con l’attualità. Lo hanno fatto il sindaco di Reggio Luca Vecchi che ha sottolineato come «fare memoria sia fare comunità» e Giammaria Manghi che ha ribadito il «no a ogni tentativo di revisionismo storico, perché serve fare memoria per fare giustizia». Da ultimo il professor Lorenzo Bertucelli (docente di storia contemporanea dell’Università di Modena e Reggio) che ricostruendo quei tragici fatti ha ricordato come quel 1960 sia stato «un punto di non ritorno con l’avvio di una modernizzazione a cui si sono affiancate le lotte perché quel processo fosse accompagnato dalla conquista di spazi di democrazia e di diritti da parte dei lavoratori. Se la verità giudiziaria manca quella storica è evidente».

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