Grecia, la svolta della politica italiana
La Grecia dopo il referendum anti-Trojka che ha plebiscitato l’esecutivo di Syriza (e di Anel) è diventata istantaneamente la nuova frontiera della politica italiana.
Non vi sono dunque esclusivamente le (assai rilevanti, e preoccupanti) implicazioni economiche e finanziarie di questa crisi greca – come mostrano le immediate vicissitudini della Borsa di Milano – a riverberarsi sul nostro Paese. Ma, come sempre accade (e spesso anche piuttosto prosaicamente), si assiste a una serie di riflessi sul mondo politico, tipicamente caratterizzato da esterofilia (e dove il semplicismo della ricerca del “papa straniero” fa molto teatrino della politica).
Se Alexis Tsipras rappresenta attualmente un caso lampante di “transnazionalizzazione mediatica di un leader europeo” (per usare una categoria molto indagata dalla sociologa politica Franca Roncarolo), il contesto italiano riesce sempre con una specialissima “maestria” a ricondurre quanto si muove sul proscenio più largo e internazionale alle battaglie intestine e agli scontri di casa nostra.
E una notazione non peregrina, al riguardo, potrebbe passare per l’osservazione di come lo stesso primo ministro della pugnace sinistra radicale ateniese sia riuscito a strappare una sorta di entente (seppur poco…) cordiale a proprio supporto con gli altri partiti importanti del sistema politico greco, mentre a Roma ogni occasione si rivela buona per alzare il diapason delle polemiche.
E, così, mentre Christine Lagarde alla guida di uno “schizofrenico” Fondo monetario internazionale (dove si combattono posizioni distanti e orientamenti quasi antitetici a proposito della crisi della piccola nazione sull’Egeo) lancia un monito per niente rassicurante sul debito italiano e la tenuta del nostro sistema-Paese, a trovarsi decisamente esposto è il premier-segretario del Pd Matteo Renzi.
La cui strategia (a corrente alternata) di una “equidistante” terza via tra il rigorismo dei “nordici” e l’invocazione di un cambio di passo nella governance e nelle politiche economiche comunitarie non è apparsa abbastanza fondata da imporre l’Italia come interlocutore forte delle trattative (nelle quali ritorna, troppo spesso, il doppio binario dei “soci” più potenti della UE che, “quando il gioco si fa duro”, ignorano bellamente il nostro, che è stato un Paese fondatore, e la collegialità).
All’Italia, anch’essa molto esposta nel senso letteral-finanziario del termine, non resta quindi molto altro che mettersi sotto l’ala protettiva di Mario Draghi e della sua Bce (imprescindibile stella polare della politica continentale renziana in questa fase), mentre il fronte interno si fa sempre più complicato per il presidente del Consiglio, in vista dei prossimi passaggi parlamentari (in primis, quelli sulle normative riguardanti le riforme costituzionali e la scuola).
L’“effetto Tsipras” infatti si sta ripercuotendo sugli avversari di Renzi con forza, anche se il fronte anti-austerity (che può contare su circa un terzo dei componenti delle Camere) non la pensa affatto in maniera comune e risulta appunto assai frastagliato al proprio interno. Da Fratelli d’Italia alla Lega Nord di Matteo Salvini, fino al Movimento 5 Stelle e a qualche settore di Forza Italia, le posizioni sono differenziate e le convergenze (al massimo) possono risultare di tipo tattico.
Di sicuro, però, le “spinte anti-sistema” hanno trovato un’esperienza da sbandierare e rivendicare (anche se, come si affrettano a specificare gli esponenti delle destre, Tsipras è un «comunista» con il quale non hanno nulla a che spartire sotto il profilo della visione politico-programmatica e, men che meno, “ideologica”). E, soprattutto, come ha dimostrato il viaggio della speranza ad Atene di alcuni leader dell’arcipelago radical italiano (non privo, peraltro, di qualche spunto di “folclore”), la schiacciante vittoria del no ha ringalluzzito chi si adopera (e sono in tanti) per costruire un’offerta politica alla sinistra del Pd: dalle vecchie “Brigate Kalimera” che salutarono l’arrivo di Syriza al governo siamo passati, per così dire, a quelle Kali-“spera”.
In ogni caso però, giustappunto, siamo sostanzialmente nei dintorni dell’immaginario, e dal dire Syriza (o Podemos) al farla c’è di mezzo il mare (non solo Mediterraneo). E ci sarebbe pure un bel po’ di analisi, dal momento che i “modelli stranieri” non si importano nel peculiare contesto italiano sic et simpliciter; e se esiste (come riteniamo) uno spazio sociale di disagio nei confronti delle politiche neoliberali e di insofferenza verso la trasformazione in chiave di centrismo postmoderno del Pd, dargli una rappresentanza convincente (e che si traduca in consenso elettorale) per i vari dirigenti in cerca di forma-partito e truppe della sinistra-sinistra non costituisce affatto un compito scontato.
Certo, Atene val bene una messa, ma di qui a recuperare sull’astensione, o sull’aggressività vittoriosa delle ricette populistiche della Lega lepenizzata, ce ne corre, e parecchio.
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