Gli errori storici dell'Eurozona
Le immagini trasmesse da tutti i media sulle lunghe file di cittadini che prelevano contanti dai bancomat hanno dell’incredibile. Eppure è quello che è successo nelle ultime settimane in Grecia: negli ultimi giorni le file sono addirittura finite perché le banche sono chiuse e non hanno più contante da mettere nei bancomat. Ma questi eventi non si sono verificati in qualche Stato lontano martoriato dalla guerra civile, bensì nell’Unione Europea, in un suo Stato membro che adotta l’euro. Come siamo arrivati a questa situazione? Come è stato possibile precipitare fino a questo livello?
E’ difficile appassionarsi alla telenovela delle trattative sulla situazione del debito greco: c’è ancora spazio per un accordo, che dopo la nuova proposta di Tsipras sembra probabile. La sensazione però è che i problemi, anche in caso di accordo, saranno solo rimandati. La crisi greca ha avuto, tuttavia, il merito di mettere ancora più in evidenza i “difetti di costruzione” dell’unione monetaria europea; ha evidenziato chiaramente che la Grecia non è affatto “il più grande successo dell’euro”, come affermato da un ex primo ministro italiano. Le politiche di austerità non hanno funzionato e le radici di questa austerità sono antiche.
Sulle pagine di questo giornale abbiamo più volte segnalato gli allarmi che lanciò un grande economista come Augusto Graziani nei confronti della costruzione del sistema monetario europeo (sistema che potremmo definire antesignano dell’eurozona) e poi della stessa architettura dell’euro, con l’analisi della svalutazione reale che ha attuato la Germania nei confronti dei partner come l’Italia: è ormai innegabile come l’adozione dell’euro abbia comportato un grande vantaggio per la Germania, il suo enorme surplus commerciale lo dimostra inequivocabilmente.
I problemi che sono emersi oggi erano già ben chiari in Italia sin dalla fine degli anni Settanta quando esplose il dibattito – molto acceso – sull’adesione allo SME da parte del Governo Andreotti. Rileggere nel 2015 l’intervento di Luigi Spaventa del 12 dicembre del 1978 fa venire i brividi: “Quest'area monetaria rischia oggi di configurarsi come un'area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita. a spese dello sviluppo dell'occupazione e del reddito. Infatti, signor Presidente del Consiglio, non sembra mutato l'obiettivo di fondo della politica economica tedesca: evitare il danno che potrebbe derivare alle esportazioni tedesche da ripetute rivalutazioni del solo marco, ma non accettare di promuovere uno sviluppo più rapido della domanda interna”.
E sempre nell’intervento di Spaventa si può trovare una serrata critica alla teoria del vincolo esterno:
“Occorre - si ragiona - una costrizione esterna affinché la nostra economia segua i comportamenti necessari per il suo risanamento; il sistema monetario europeo è uno strumento che offre questa costrizione, perché rende più duro e rigido il vincolo esterno. E’ difficile condividere un’impostazione siffatta, non solo perché essa risulta smentita dalla nostra stessa esperienza di anni recenti … ma anche per altre ragioni: perché, date le nostre condizioni iniziali, serve a noi un periodo, di adattamento, prima di assumere, impegni di cambio; perché questo sforzo di risanamento non può avvenire senza consenso, e il consenso deve essere suscitato, non può essere imposto”. Quanto Luigi Spaventa affermava nel 1978 può servire come chiave di lettura per la situazione greca di questi giorni o per comprendere gli errori del governo Monti: “occorre minimizzare i costi sociali ed economici di questo sforzo e non massimizzarli, con punizioni inutilmente costose, come avverrà in presenza di un rigido vincolo di cambio”.
Il premio Nobel Paul Krugman ci ricorda spesso come negli anni passati molti grandi economisti avevano posto seri problemi sulla costruzione dell’euro. Ma allora perché non sono stati ascoltati? Perché gli allarmi di Augusto Graziani sono rimasti nell’oblio? E perché le posizioni di Spaventa o di altri (ad esempio Barca) non hanno attecchito nella decisioni della politica italiana?
Forse un giorno gli storici metteranno in luce questi passaggi, decifreranno i cambi di posizioni e di opinione. Soffermandoci tuttavia sulla situazione odierna rimane sul piatto un dilemma lacerante: è possibile ipotizzare una unione monetaria europea senza politiche di austerità? Prestigiosi professori universitari come Dani Rodrik, Thomas Piketty ed altri, in questi giorni hanno pubblicato una lettera aperta alla Merkel dove si chiede un deciso cambio di passo. Ma se la vera natura del problema fosse più in profondità? L’austerità dipende dalla volontà politica della Merkel o assurge a nomos basileus dell’architettura europea? Ed è quindi inevitabilmente connatura con l’euro?
Dalla risposta che si darà a questo dilemma dipenderà il futuro dell’eurozona. Non si può tuttavia non rimarcare una semplice questione teologica: aver messo al centro dell’unione monetaria un dogma è stato un grave errore, perché se crolla il dogma crolla la costruzione teologica.
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