Aemilia, Brescia e Muto restano dentro
La Cassazione boccia i ricorsi del titolare del ristorante “Antichi Sapori” e del referente diretto di Nicolino Grande Aracri
REGGIO EMILIA. Mentre scorrono i venti giorni previsti dalla legge per le repliche difensive susseguenti alla notifica dell’avviso di chiusura-inchiesta (che coinvolge 224 indagati), tiene ancora banco l’operazione antimafia “Aemilia” relativamente ad una serie di ricorsi presentati dai rispettivi legali davanti alla Corte di Cassazione.
Sono tre le persone che hanno a che fare con Reggio e su cui si è pronunciata la Suprema Corte avendo impugnato le rispettive decisioni del Riesame di Bologna.
Per quanto concerne il 48enne Pasquale Brescia (difeso dagli avvocati Enrico Della Capanna ed Ugo Genesio) che è attualmente in carcere a Parma, il suo ricorso è stato dichiarato inammissibile. Per la Dda siamo di fronte ad un partecipante attivo del clan Grande Aracri nel Reggiano: il 21 marzo 2012 si tiene nel suo ristorante “Antichi Sapori” di Gaida l’ormai famosa riunione (pianificata in un precedente summit nell’ufficio dell’azienda di Nicolino Sarcone) in cui all’ordine del giorno c’era “una controffensiva mediatico politica – scrivono i magistrati antimafia – e conseguentemente salvaguardare gli interessi economico-criminali della consorteria, in quel frangente oggetto di numerose interdittive antimafia e di un’attenzione mediatica che evidenziava le infiltrazioni criminali nell’economia reggiana”. Per gli inquirenti una persona “a totale disposizione” della cosca, per cui avrebbe tenuto persino rapporti con esponenti delle istituzioni e delle forze dell’ordine “utilizzati anche per ottenere il rilascio della concessione per il porto d’armi, condividendo tali rapporti con chiunque degli associati possa farne richiesta o abbia bisogno”.
Invece è stato rigettato in toto il ricorso relativo al 36enne Antonio Muto che rimane in carcere a Prato. Residente a Reggio, il 36enne viene pure lui considerato dalla Dda un membro effettivo della cosca, con contatti diretti con il boss Nicolino Grande Aracri “per relazionarlo sulle attività imprenditoriali emiliane e assolvendo di fatto al ruolo di collettore tra i vertici della cosca cutrese e gli appartanenti al sodalizio emiliano”.
E fra le decisioni della Cassazione spunta anche il boss Grande Aracri: i giudici hanno annullato l’ordinanza, rinviandola per un nuovo esame al Riesame limitatamente ad un capo d’imputazione per un trasferimento fraudolento di beni (si tratta per gli investigatori delle quote sociali relative a due attività di ristorazione) . Il 56enne – difeso dai legali Alessandro Sivelli e Gregorio Viscomi – nell’inchiesta “Aemilia” non risponde di associazione mafiosa.(t.s.)
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