Mancano politici di spessore
Quello che sta accadendo in questi giorni nel Parlamento dei "nominati" del porcellum, è desolante. Forse i cittadini non se ne accorgono, perché sommersi dalle notizie che arrivano da Bruxelles o da Atene. I nostri, per così dire eletti, continuano a legiferare sotto l'azione di un governo spesso sull'orlo di un voto di sfiducia malandrino, perché privo della necessaria legittimazione del voto popolare ma solo del combinato disposto di primarie interne del Pd e dell'altalenante sfaldamento delle opposizioni, ad eccezione dei Cinque Stelle (stando ai sondaggi).
Si ha notizia dell'ultima telefonata d'addio del deputato Verdini al ex-cavaliere Berlusconi, da sempre suo strettissimo amico e compare, con l'annuncio della formazione di un nuovo gruppo parlamentare a sostegno della politica renziana. Conclusione prevedibile da parte del "furbo "fiorentino, espressione finale di un trasformismo politico che, dall'indecente golpe blanco perpetrato dal presidente Napolitano nel novembre 2011, ammorba l'aria di Palazzo Madama e di Montecitorio.
Fu Verdini, infatti, il promotore di quello sciagurato patto del Nazareno che determinò, non solo l'umiliazione berlusconiana nella vicenda dell'elezione del presidente della Repubblica, ma quel suicida voto di approvazione dell'infame legge elettorale dell'Italicum, che adesso dentro al Pd molti vorrebbero cambiare, per non cadere in futuro nelle grinfie di Grillo nel possibile bollottaggio.
Due mazzate che hanno fatto perdere ogni pur minima residua credibilità al partito di Forza Italia, il via alle emorragie progressive, premesse dell'inevitabile fine di quell'esperienza politica di cui peraltro nessuno rimpiange il suo portato politico e culturale (che non c'era, se non nella primissima fase iniziale di impronta liberal-democratica) nella politica italiana degli ultimi due decenni.
Tutto ciò avviene, tuttavia, al di fuori delle regole democratiche che hanno caratterizzato la lunga stagione della prima repubblica (1945-1994), nell'atmosfera ammorbante di un trasformismo senza più limiti, di cui il governo attuale del pie’ veloce è l'esemplare espressione, così come lo è nel parlamento la crescita dei gruppi misti o dai nomi inventati.
Ora il duo toscano sta lì a garantire un falso equilibrio parlamentare, reso ancor più precario dai sommovimenti che stanno vivendo le principali forze politiche presenti nelle due camere, mentre il Paese reale appare sempre più distinto e distante, spesso annoiato e deluso, ma soprattutto arrabbiato da ciò che accade nel Palazzo.
Fino a quando potrà durare tale situazione, ci eravamo chiesti in un precedente intervento, ma dopo quest'ennesima giravolta dei voltagabbana verdiniani crediamo che la misura sia colma. Qualche notista sui quotidiani nazionali afferma che sia una mossa nascosta del mago di Arcore, per continuare il doppio gioco fra i due del patto.
Spiace rilevare invece, in questo contesto a dir poco confuso, come Matteo Renzi, alla fine abbia appalesato tutti i suoi limiti (al di là della grande maestria nel curare l'immagine) dimostrandosi incapace di affrontare e risolvere i problemi per i quali Napolitano, su pressione dei poteri internazionali, gli aveva affidato imprudentemente l'incarico. La disoccupazione è risalita, il Pil è a encefalogramma piatto, il ruolo dell'Italia in Europa è ridotto al livello di subalternità delle minori realtà politiche del continente.
Chi, come lo scrivente – soggiornando all'estero – ha avuto modo di vedere le Tv europee e dare una occhiata ai titoli dei giornali inglesi nella scorsa settimana, non ha mai visto una citazione, sia pure di sfuggita, del nostro capo del governo e del ministro del tesoro italiano, ai vari vertici che si sono susseguiti freneticamente a Bruxelles. Si tenga poi conto, anche se ciò appare sotto traccia, che il partito di riferimento del capo del governo è alla vigilia di una probabile scissione, dopo l'avvenuta fuga di alcuni suoi esponenti e il voto contrario o l'astensione di diversi parlamentari Pd.
Di qui la nuova manovra di acquisizione di qualche sostegno esterno da parte dei soliti voltagabbana, aggrappati alla garanzia delle indennità e dei privilegi della casta o alla loro riproposta come candidati sicuri nella prossime elezioni, mentre il Paese vive ancora una fase difficile non si è usciti da un tunnel che incomincia ad essere troppo lungo e devastante per la tenuta sociale del Paese. Forza Italia, col suo leader inseguito dalle ultime vicende della magistratura, è destinata all'estinzione, mentre servirebbe l'urgente ricomposizione di un'area politica alternativa al renzismo e ai populismi.
Anche a sinistra serve un chiarimento e una ricollocazione delle diverse anime, proprio per affrontare con piena legittimazione i problemi dell'Italia, in un'Europa che sta vivendo uno dei momenti peggiori della sua non breve, seppur tuttora precaria, storia unitaria. Sia pure in presenza – finalmente – di un accordo con la Grecia raggiunto in extremis la notte scorsa, prima dell'apertura dei mercati. Ciò che si rileva tuttavia, anche dalla vicenda Ue/Grecia andata troppo per le lunghe, è la mancanza di leadership di forte spessore europeistico nei due grandi schieramenti europei, i democristiano-popolari e i socialisti. Una condizione che mantiene il fiato grosso a una Unione troppo vasta da coordinare, anche politicamente (fatta di 28 paesi).
Forse non tutti ricordano quanto il socialista francese (cattolico) Jacques Delors, lasciando nel gennaio 1995 l'incarico ai vertici della Commissione Ue a Romano Prodi, aveva detto a chiare lettere: l'Europa poteva crescere bene solo a due velocità, una con una moneta e banca centrale unica e politiche fiscali convergenti (13 massimo 15 paesi), e l 'altra solo lentamente, quando man mano si sarebbe consolidato il processo di unificazione dei paesi pionieri.
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