Gazzetta di Reggio

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«Le Reggiane, un patrimonio da salvare»

di Jacopo Della Porta
«Le Reggiane, un patrimonio da salvare»

Un dibattito e una mostra, ieri alla Camera del Lavoro, hanno suscitato l’interesse di tanti cittadini

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REGGIO EMILIA. “Grande e gloriosa/ E’ la classe operaia/ Alle Reggiane lotta con valor/ Dalla miniera alla risaia/ S’ode il fragore del nuovo trattor”. Così recitava la canzone composta durante l’occupazione del 1951, che ieri è stata riproposta nel cortile della Camera del lavoro all’inaugurazione della mostra “Reggiane, una storia da rottamare?”, del fotografo Angelo Barani. A quel passato, epico sotto molti punti di vista, si contrappone il degrado di oggi, documentato dai 48 scatti dell’esposizione. Il contrasto è reso evidente anche da 10 immagini in bianco e nero realizzate dal Gruppo artigiani fotografi. Quello di ieri non è stato solo il momento dell’amarcord, ma anche un’occasione per chiedersi cosa fare per salvare la memoria di un luogo crocevia delle vicende cittadine del Novecento e della storia del movimento operaio italiano. «Il nostro scopo è quello di risvegliare l’interesse della città per quest’area e discuterne con tutti i soggetti interessati», ha detto Luciano Berselli del Centro studi R60. In proposito l’assessore comunale alla Rigenerazione urbana, Alex Pratissoli, ha ricordato gli interventi di riqualificazione che sono in cantiere e ha assicurato che si tratta di una priorità dell’amministrazione.

Massimo Storchi ha parlato dell’immenso lavoro di salvataggio dell’archivio, che rischiava di andare perduto, mentre Adriano Riatti di quello che è stato fatto per digitalizzarlo. L’importanza del passato non deve però far dimenticare quanto di valore c’è oggi, anche se meno noto. «Dopo tanti errori non facciamo anche quello di buttare la street art - ha detto Paolo Cagnan, direttore della Gazzetta di Reggio -. Grazie alle Reggiane siamo il capoluogo italiano di questo tipo di arte. Una generazione di artisti si è addestrata tra quelle mura e i loro murales vanno salvati». Di certo la storia delle Reggiane non è stata cancellata dagli ultimi anni di incuria e abbandono e in città sono tanti quelli che l’hanno ancora a cuore, come hanno dimostrato gli interventi del pubblico al dibattito di ieri. Fabio Zani ha denunciato il sistematico saccheggio subito dai capannoni. «Cinque anni fa gli ambienti erano ancora integri. Poi sono spariti lavatoi in ghisa, macchine magnifiche, dei torni. Oggi non c’è più nulla». La speranza è quella di recuperare alcuni pezzi, come locomotive e pezzi d’aereo, magari per dare vita a un museo. E c’è persino chi sogna di tornare a produrre in quei capannoni, come un gruppo di ex lavoratori, oggi in pensione, che hanno dato vita al progetto “Araba Fenice”, di cui ha parlato Umberto Verza. Il sindacalista Tiziano Rinaldini, denunciando “tutto quello che è accaduto senza che nessuno in città dicesse nulla”, ha detto che ricordare questo luogo vuol dire sottolineare la sua centralità “nella storia del conflitto sociale nell’industrializzazione italiana”. Al convegno ha fatto capolino anche commendatore Luciano Fantuzzi, che ha tenuto a precisare che ha “salvato il posto a tutti i dipendenti fino all’ultimo giorno”, che ha fatto tutto il possibile per tutelare l’archivio e non ha responsabilità nel saccheggio degli ultimi anni.

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