Reggiane, persa la memoria dell’eccidio
Rinaldini, ex dirigente Fiom: «La lapide è stata spostata al Tecnopolo. Si metta almeno una targa nel luogo giusto»
REGGIO EMILIA. Martedì, in occasione del 72esimo anniversario, sarà ricordato l’eccidio delle Reggiane del 1943. Come al solito ci sarà una cerimonia e sarà deposta una corona in ricordo dei nove operai, tra cui una donna incinta, uccisi perché manifestavano per chiedere la fine della guerra.
I lavoratori, come avvenne anche in altre zone d’Italia, sfidarono le disposizioni di Badoglio, che vietavano gli assembramenti oltre le tre persone, e vennero falciati da un plotone di bersaglieri in servizio davanti alla fabbrica.
«Peccato però che la lapide commemorativa, che si trovava dove è avvenuto il massacro, vicino al cancello di via Agosti, è stata spostata a fianco del Tecnopolo - dice Tiziano Rinaldini, ex dirigente nazionale della Fiom -. Il problema non è tanto lo spostamento, ma il rischio che si perda la memoria di dove avvenne realmente quell’evento quando non ci saranno più le persone che ne mantengono il ricordo. Questo non è il fatto più grave, ma è un indizio significativo di come la memoria delle Reggiane non sia stata rispettata abbastanza».
Dal 2013 la cerimonia si tiene infatti vicino al Tecnopolo, dove è stata collocata la lapide restaurata. «Sarebbe meglio che fosse nel luogo originario - conferma Michele Bellelli di Istoreco - anche se lo spostamento è avvenuto quando nell’area delle Reggiane è iniziato il degrado, è sparito di tutto e c’era il rischio che andasse danneggiata».
Tra l’altro i capannoni dell’area di via Agosti insistono in un’area che è ancora quasi tutta privata. Per Rinaldini la commemorazione si può svolgere al Tecnopolo, ma «si dica dove è avvenuto l’eccidio e si collochi almeno una targa nel luogo giusto». La vicenda della lapide spostata per il sindacalista è soltanto la cartina di tornasole di un atteggiamento generale più diffuso.
«Sono avvenute cose ben peggiori nel tempo che dimostrano un rapporto a dir poco superficiale con le Reggiane. Vogliamo parlare dell’abbattimento della torre dell’acquedotto nel 2002? Era uno degli elementi distintivi della città: quando si arrivava a Reggio in treno era la prima cosa che si vedeva. Una bella mattina abbiamo letto sul giornale che era stata abbattuta senza che nessuno dicesse nulla. Lo stesso silenzio ha poi caratterizzato gli anni recenti, durante i quali dai capannoni è sparito di tutto».
Il dibattito sul futuro delle Reggiane è finalmente tornato d’attualità. In un capannone restaurato tornerà il polo archivistico, salvato dalla distruzione, e l’obiettivo di molti sarebbe quello di realizzare un museo. «Servirebbe uno sforzo per recuperare materiale importante, a partire dal trattore R60 costruito nell’occupazione del 1950-51. Ma oltre a recuperare degli oggetti dobbiamo collocare la storia delle Reggiane nella giusta prospettiva. Questa fabbrica è un pezzo importante della storia del conflitto sociale nell’industrializzazione italiana. Una vicenda che mi pare oggi si voglia rimuovere».
Comune e Provincia di Reggio Emilia, confederazioni sindacali Cgil, Cisl, Uil, associazioni partigiane Anpi, Alpi-Apc, Anppia, Istoreco, Comitato ex operai e impiegati delle Reggiane e Comitato democratico e costituzionale sono i promotori degli eventi per la commemorazione delle vittime dell'eccidio del 1943: Antonio Artioli, Vincenzo Bellocchi, Nello Ferretti, Eugenio Fava, Armando Grisendi, Gino Menozzi, Osvaldo Notari, Domenica Secchi e Angelo Tanzi.
LA CERIMONIA. La cerimonia si aprirà martedì pomeriggio (ore 18) al Tecnopolo in piazzale Europa 1, con la deposizione di una corona alla lapide che ricorda i caduti, alla presenza delle autorità cittadine. Porteranno i saluti il vicesindaco del Comune di Reggio Matteo Sassi e Giammaria Manghi, presidente della Provincia di Reggio.
Seguirà un intervento di Giorgio Uriti, segretario generale aggiunto Fim Cisl Emilia centrale. Concluderà la celebrazione la testimonianza di Livio Piccinini, partigiano “Delinger” al Reparto “Avio” quel 28 luglio 1943.
I FATTI. Il 28 luglio del 1943, a pochi giorni dalla caduta del regime fascista, nonostante l'entrata in vigore di norme molto restrittive sull'ordine pubblico, emanate dal governo Badoglio, che autorizzavano l'esercito e le forze dell'ordine anche a sparare contro ogni assembramento di manifestanti superiore alle tre persone, un corteo tentò di sfilare per le vie della città chiedendo la fine della guerra, chiedendo semplicemente la pace.
Durante la manifestazione, ai cancelli delle Officine Reggiane, l'esercito, nel tentativo di interrompere la mobilitazione, aprì il fuoco sulla folla. Nove operai delle Reggiane, tra cui una donna incinta, Domenica Secchi, rimasero uccisi.
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