Gazzetta di Reggio

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Portò l’amico a spalle nel Sahara e lo salvò

di Mauro Grasselli
Portò l’amico a spalle nel Sahara e lo salvò

Durante la ritirata, Leoni cadde a terra stremato. Nei giorni scorsi è morto Bartoli, che lo aiutò pur rischiando la vita

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CASTELNOVO SOTTO. Uno esile ed estroverso. L’altro robusto e taciturno. Due amici di Castelnovo Sotto, accomunati da una Storia più grande di loro (quella della Seconda Guerra mondiale) ma anche da una storia di amicizia: un episodio che ha accompagnato entrambi per tutta la vita. Il primo dei due, Glauco Leoni, classe 1920, è morto nel 2010; il secondo, Ivo Bartoli, classe 1919, è venuto a mancare nei giorni scorsi.

L’episodio di cui sono stati protagonisti è stato raccontato negli anni scorsi nelle scuole locali, per cercare di spiegare ai ragazzi quanto sia terribile la guerra. Poi, a ritirarlo fuori dal cassetto dei ricordi, di tanto in tanto durante le chiacchiere tra amici, era sempre Glauco, che sottolineava il gesto eroico dell’amico. Un gesto realmente eroico, perché non stiamo parlando di un videogioco per ragazzi, ma di una terribile realtà.

SULLE SPALLE. Ivo invece tendeva a minimizzare il gesto, come se fosse una cosa scontata. Certo, forse è scontata in condizioni normali. Ma provate voi a camminare nel deserto del Sahara, veder cadere e morire una dopo l’altro i compagni di sventura che sono accanto a voi, stremati per il caldo, la sete e la fatica. E provate a pensare in quanti, al posto di Ivo Bartoli, avrebbero fatto la stessa cosa. Che cosa fece? Anziché pensare solo a mettere in salvo la pelle – come avrebbero, anzi come hanno fatto in tanti in quelle circostanze – ha visto l’amico crollare nella sabbia e, anziché lasciarlo al proprio destino, se lo è caricato sulle spalle, continuando a camminare nel Sahara. Per fortuna, quando pure lui era ormai stremato, passò di lì un camion, che salvò entrambi da morte certa. Seguirono gli anni di prigionia in Sudafrica e altre peripezie, poi rientrarono a Castelnovo Sotto, dove poterono ricominciare la loro vita. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.11888064:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.11888064:1649483829/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

LA GUERRA NEL DESERTO. Nel 1939, all’età di vent’anni, Ivo Bartoli viene chiamato a prestare il servizio militare e lo trasferiscono subito in Africa. La stessa cosa avviene per Glauco Leoni, subito mandato in Libia, Egitto e paesi del Nordafrica. Il contesto storico è appunto quello della Campagna del Nordafrica, conosciuta anche come guerra nel deserto, combattuta in un teatro di guerra situato in Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco, in cui si confrontarono – con alterne vittorie e sconfitte – gli italiani e i tedeschi da una parte, gli Alleati dall'altra, durante la seconda guerra mondiale, tra il 1940 e il 1943.

LA RITIRATA. Alla fine del 1941 nel deserto libico, a seguito dell’avanzata degli inglesi, gli italiani sono costretti ad una veloce ritirata, a piedi per mancanca di mezzi militari. Il lungo cammino nel Sahara stronca le forze dei soldati. Tanti cadono a terra sfiniti, e per loro è morte certa, perché la priorità, per i compagni di sventura, è cercare di mettere in salvo se stessi. Anche Glauco Leoni – alto, magro e dal fisico esile – non ce la fa più e cade a terra sfinito. Ivo Bartoli – fisicamente molto robusto, dotato di un carattere forte e determinato – è accanto a lui. «Per Glauco sembrava la fine – spiega Sergio Rabitti, ex partigiano, ex sindaco di Castelnovo Sotto e, in quanto tale, uno di coloro che hanno raccontato questo episodio nelle scuole – ma l’amico e compagno Ivo Bartoli cerca di rincuorarlo, di rianimarlo, di farlo camminare. Niente sembra più possibile».

«LASCIAMI QUI». Anche un nipote di Ivo, Gianni Bartoli, conosce bene la vicenda. «Mio zio diceva a Glauco: “Dai, non mollare, coraggio stringi i denti”. Ma Glauco rispondeva: “Vai avanti tu, lasciami qui. Io non ce la faccio”».

«A quel punto – racconterà più volte Glauco una volta tornato a Castelnovo Sotto – Ivo non esitò a caricarmi sulle sue spalle a peso morto, procedendo pian piano e per un lungo tratto verso una agognata zona di salvezza. Ma le forze cominciarono a calare anche per Ivo, e quando ogni sforzo sembrava ormai inutile, il destino volle che sopraggiungesse nei pressi un autocarro dell'esercito che ci portò in salvo presso la base militare».

UN GESTO EROICO. «Leoni – dice Gianni Bartoli – ci teneva a sottolineare che in quelle condizioni ognuno pensava a salvare la propria pelle, e che soffermarsi a soccorrere qualcuno poteva essere un gesto fatale». Ma, raccontava Glauco agli amici, «Ivo lo fece, e voglio che si sappia. Se sono qui a raccontare questa vicenda, lo devo a lui. Senza Ivo a fianco in quel momento, il mio cammino si sarebbe definitivamente arrestato là, quel giorno, in quell'arido deserto africano». Ivo invece ha sempre minimizzato quell’episodio.

LA PRIGIONIA. L’avanzata inglese proseguì e i due ragazzi castelnovesi vennero fatti progionieri assieme a tanti altri italiani. Tutti vennero poi trasferiti in Sud Africa. Dove, puntualizza Gianni Bartoli, «vennero trattati degnamente. Dopo circa tre anni di prigionia in Sud Africa, mio zio fu trasferito in Inghilterra fino alla fine della guerra, ricevendo sempre un ottimo trattamento. Là tutti furono degnamente sistemati, lavoravano regolarmente e, nel caso di Ivo, venne utilizzato in una falegnameria. Qualcuno, a guerra finita, si stabilì definitivamente in Inghilterra avendo nel frattempo formata anche la famiglia».

LA TESTIMONIANZA. «A distanza di anni – aggiunge Sergio Rabitti – Glauco scherzava sulla vicenda dicendo che, con la prigionia, era passato "dall'inferno al paradiso", non solo per il clima e il mangiare, ma anche per una certa libertà e la possibilità di rapportarsi con la gente del luogo. Questa vicenda relativa al salvataggio della sua vita Glauco l'ha ribadita pubblicamente in mille occasioni per grande affetto, per dovere di riconoscenza e perché era bene che la gente sapesse quanto Ivo, nel caos e nella disperazione di quei momenti di fuggi-fuggi generale, dove ognuno pensava solo a stesso e a salvare la propria pelle aveva trovato la forza e messo a rischio la propria vita per salvare un amico».

LA MEMORIA. «I grandi eventi – conclude Rabitti – formano l'immenso mosaico della storia. Qui si vuole solo riportare un piccolo evento. Dal momento che entrambi i protagonisti ci hanno lasciati per sempre, ci sembra giusto e opportuno ricordare questo avvenimento, che si colloca fra la storia e la pedagogia, con la speranza che pagine del genere facciano meditare e contribuiscano positivamente a formare le giovani generazioni».

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