Il Pd, una Dc con il turbo
Grande è la confusione sotto il cielo del Pd, ma non si direbbe che la situazione sia eccellente.
“Vietcong” (i quali minacciano, appunto, di trasformare i prossimi passaggi parlamentari in una sorta di “Vietnam”) contro “pretoriani”, l’un contro gli altri armati. Ovvero, al di là delle “colorite” metafore, sinistre interne contro renziani, in un tripudio di linguaggio bellicoso, rampogne reciproche e toni polemologici sempre più alti.
Che cosa sta succedendo dentro al partito del premier-segretario Matteo Renzi?
A dispetto dell’estate torrida sembrano addensarsi delle nubi, tipico effetto di meteorologia politica derivante dal surriscaldamento della situazione a palazzo Chigi e a Sant’Andrea delle Fratte (la via dove ha sede il quartier generale dem). Da un lato, i sondaggi in calo (a fronte degli stabilissimi, o in crescita, partiti “anti-sistemici” Lega Nord e Movimento 5 Stelle) inducono agitazione tra le file del Partito democratico e, dall’altro, si susseguono episodi che testimoniano la tensione determinata dallo stato di conflittualità e guerriglia permanente, e fanno trasparire la serissima posta in palio, ovvero il compimento della metamorfosi nel “partito della nazione” o, per dirla à la Ilvo Diamanti, nel PdR (il Pd di Renzi).
C’è il tema Rai, c’è (soprattutto) la riforma del Senato, ci sono i vicendevoli scambi di accuse tra supporter del presidente del Consiglio e opposizioni interne su accordi sottobanco volti a cambiare la configurazione della coalizione oppure sul venir meno della disciplina di partito al punto di minare il patto di fiducia della “comunità” (come si usa dire).
E c’è, ancora, un’altra questione (sempre e autenticamente) delicatissima quale quella delle corrette relazioni tra magistratura e politica, su cui è esploso l’ennesimo caso, quello del respingimento da parte del Senato (con il concorso di alcuni esponenti del Pd) degli arresti domiciliari per Antonio Azzollini. Un brutto “incidente di percorso” che ha scatenato la reazione delle sinistre dem e di molti elettori e militanti, e che Renzi ha impugnato, e rivendicato, dicendo che «il Parlamento non è il passacarte della Procura di Trani».
Una vicenda questa che offre un ulteriore motivo di interesse dal momento che coinvolge Debora Serracchiani, contemporaneamente vicesegretario del Pd e presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, all’insegna di quel cumulo di cariche di partito e istituzionali che rappresenta uno dei punti essenziali del renzismo. Serracchiani, che si era dichiarata fortemente (e molto comprensibilmente) contrariata dal salvataggio del senatore Ncd, si è vista sconfessata da Renzi e si è trovata duramente in contrasto con l’altro vicesegretario, e “uomo forte” del premier, Lorenzo Guerini.
Un evento interessante perché mostra come i meccanismi di selezione della leadership all’interno del Pd a guida renziana vadano decisamente nella direzione de Il partito del capo (per citare il titolo dell’ultimo volume del politologo Fabio Bordignon). Dove si dà una condizione di geometria variabile delle posizioni ed esiste la spada di Damocle del rischio pressoché continuo di smentita per tutti i dirigenti da parte, per l’appunto, di un leader in posizione di forza assoluta non appena la tattica, o le velocissime evoluzioni della contingenza politica, suggeriscano di modificare la linea.
Il Pd appare così avviato in maniera difficilmente contestabile verso una leadership sempre più marcatamente personalizzata, con i dirigenti di rango più elevato che si configurano sostanzialmente come collaboratori del capo (in taluni casi, a loro volta, utilizzati anche in virtù del possesso di un’immagine che risulta particolarmente spendibile rispetto alle dinamiche della politica pop, come dimostra la trionfale “tournée” del ministro Maria Elena Boschi presso le varie feste de l’Unità, e come spiegano nel loro libro Il gossip al potere anche Marco Mazzoni e Antonio Ciaglia).
Ennesima conferma del fatto che il Pd sta adottando il nuovo paradigma del “partito della Nazione”, sorta di Dc turbopolitica e di formazione neocentrista pigliatutto che ha bisogno di ottimi rapporti con l’Ncd (in attesa, magari, di un’alleanza organica, come molti alfaniani ritengono) e di attrarre verso di sé (come già sta facendo) tanti “senza partito” presenti in Parlamento. Mentre non necessita, altrettanto incontestabilmente, di sinistre interne troppo polemiche che mettano i bastoni tra le ruote – per le quali, d’altronde, al di fuori del Pd non sembrano esserci molti spazi, né particolare agibilità politica…
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
