Rifiuti dalle altre regioni, scatta la protesta in Emilia Romagna
Gli ambientalisti contro deroga del governo. Reggio Emilia, l’assessore Tutino: «Solo in caso di emergenza»
REGGIO EMILIA. Diverse associazioni ambientaliste della nostra regione denunciano il rischio che gli otto inceneritori presenti sul territorio regionale finiscano per bruciare i rifiuti provenienti anche dal resto del paese. Compresi quelli speciali e pericolosi e per un tempo indefinito. Un risultato, sostengono gli ambientalisti «frutto del decreto Sblocca Italia, che assegna al Consiglio dei ministri e non più agli enti locali, la possibilità di aumentare la capacità di incenerimento degli impianti per far fronte all’emergenza rifiuti». Insomma per gli ambientalisti un regalo a Iren e Hera (le due multiutility proprietarie degli inceneritori in regione) e un accordo che vanifica i vincoli e gli obiettivi posti nel Piano regionale Rifiuti che sarà discusso a settembre.
«Una legge regionale innovativa al passo con gli obiettivi di riduzione degli sprechi e al recupero dei materiali e che introduce finalmente una tariffa premiante per quei cittadini che sono impegnati a ridurre la produzione di rifiuti», sostengono gli ambientalisti, che però sono molto preoccupati del passo in avanti già compiuto in tal senso da Forlì. Un atto che consente all’impianto «di predisporsi per ricevere anche rifiuti speciali da ogni parte» dando la possibilità di aumentare la potenzialità attuale degli inceneritori fino al 50%».
Preoccupazioni in qualche modo condivise anche dall’assessore all’Ambiente del Comune di Reggio Mirko Tutino, che però rileva come l’accordo tra Regione Iren e Hera «cerchi una regolamentazione volontaria con le due multiutility e come senza tale accordo varrebbero le norme nazionali». Tutino oltre ad esprimere un giudizio positivo sul Piano rifiuti regionale, ricorda come la posizione di Reggio «sia quella di aumentare la differenziata, creare impianti di selezione e ridurre il numero degli inceneritori in regione da otto a tre». Certo, chiosa poi, «più si liberalizza l’uso degli inceneritori, più difficile è la realizzazione di impianti di selezione». Come il Tmb di Gavassa, il cui destino sempre più incerto è nelle mani della Regione. «Con metà del paese in emergenza - conclude Tutino - il governo ha pensato di risolvere il problema con un maggior utilizzo degli inceneritori già in funzione. Un’operazione che può avere un senso se il provvedimento ha una durata limitata, se nel frattempo aumenta la raccolta differenziata in tutto il paese e al sud si realizzano inceneritori. Per questo le preoccupazioni degli ambientalisti sono fondate. Occorre invece un piano che preveda l’aumento della raccolta differenziata e una graduale riduzione degli inceneritori in funzione nella pianura padana. E per farlo serve un accordo Stato- Regioni». Questa situazione conclude Tutino, «conferma poi la scelta giusta di Reggio nel 2010 di non realizzare un nuovo inceneritore. Oggi avremmo investito 200 milioni di euro, per un impianto in grado di bruciare 200mila tonnellate di rifiuti quando a Reggio si avvia a produrne circa 90mila l’anno». Che invece con buona pace del sindaco Pizzarotti finiranno a Parma, come ha deciso la Regione. (r.f.)
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