Bar cinesi, a Reggio Emilia il boom è finito
Le associazioni di categoria confermano: «Ora si chiude»
REGGIO EMILIA. C’era una volta il boom dei bar cinesi a Reggio Emilia. Un fenomeno, apparentemente inarrestabile, intorno al quale circolavano voci, tra realtà e leggenda, come quelle sulle valigette piene di contanti con i quali questi esercizi venivano acquistati con assoluta non chalance.
Da un po’ di tempo questo trend si è arrestato e del resto tutte le imprese gestite dai cinesi hanno conosciuto un arretramento.
Dai dati diffusi dalla Camera di Commercio, relativamente agli imprenditori stranieri, emerge infatti che pur rimanendo da sempre in vetta alla classifica delle nazionalità maggiormente presenti in provincia di Reggio Emilia, i cinesi registrano una flessione, rispetto a giugno 2014, del 4,1% scendendo da 1.502 agli attuali 1.440.
Un calo che riguarda prima di tutto i laboratori tessili, ma che colpisce anche il commercio e i bar. Così, mentre l’imprenditoria straniera cresce, passando da 7.316 a 7.580 nel periodo considerato, quella dell’ex Celeste Impero per la prima volta diminuisce.
«E’ un fenomeno che osserviamo in diversi settori - conferma Dario Domenichini, presidente di Confesercenti -. Nei mercati è molto evidente. Questo è un settore commerciale dove i cinesi sono arrivati per primi, comprando le licenze dei banchetti. Ora invece si assiste a un abbandono molto evidente. La crisi economica investe tutti e anche loro fanno fatica a fare margini. Alcuni si spostano all’estero, ad esempio in Spagna, dove le cose sono più semplici dal punto di vista fiscale e burocratico. Di certo anche nel settore dei bar non c’è più il boom di prima, anche se chi ha comprato il locale ha fatto un investimento importante e non è semplice disinvestire in breve tempo».
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A dispetto dei pregiudizi gli imprenditori cinesi si mostrano molto attenti alle dinamiche del mercato, come evidenzia la proliferazione dei ristoranti giapponesi che gestiscono. «In tanti bar - aggiunge lo stesso Domenichini - impiegano personale italiano ai tavoli e alla cassa per attirare clientela italiana».
Donatella Prampolini, presidente di Confcommercio, è d’accordo nel confermare lo stop nella crescita delle acquisizione dei bar da parte dei cinesi.
«Dopo anni di boom anche i cinesi si stanno scontrando con la dura realtà, che fare impresa in Italia è... un’impresa. Molti di loro, dopo anni di lavoro nel settore tessile, hanno deciso di investire i risparmi di una vita nei bar. Poi si sono scontrati con la crisi economica e le difficoltà di un’attività sicuramente complessa e non solo per i cinesi».
Per le associazioni di categoria il mondo imprenditoriale cinese resta in ogni caso una realtà difficile da monitorare per diversi motivi.
«Noi ci siamo chiesti all’inizio del boom cinese come offrire servizi dedicati a questi imprenditori, che hanno necessità svariate e spesso anche problemi legati alla lingua fondamentali che per chi intraprende un’attività commerciale - spiega la presidente Prampolini -. Ma con il tempo abbiamo osservato che il loro rapporto con l’associazione era limitato alle prime pratiche. Poi per il resto tendono ad isolarsi, a creare un loro microcosmo, anche perché ora hanno i loro canali, ad esempio tra i cinesi di seconda e terza generazione ci sono anche i commercialisti».
Se l’aumento dell’imprenditoria straniera è senza dubbio un fenomeno positivo, che arricchisce il nostro territorio, è altrettanto vero come fenomeni di questa portata portino con sé, inevitabilmente, anche delle tensioni.
«Abbiamo spesso portato all’attenzione il tema del rispetto delle regole - dice la presidente Prampolini -. Prima della liberalizzazione di Monti quando si verificavano infrazioni ai giorni di chiusura, queste venivano in qualche modo punite. Adesso invece, purtroppo, non c’è più alcun limite e ognuno fa come gli pare non dovendo obbedire ad alcuna regola. Ma sa una cosa? Ho notato che i cinesi di seconda generazione non sono stacanovisti come lo erano i loro genitori. Per esempio non tengono più aperti i negozi dalle 6 di mattina alle 10 di sera... Talvolta è già tanto se aprono alle 8.15. Diciamo che almeno in questo senso hanno abbandonato la propria tradizione e si sono italianizzati».
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