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POLITICA

Centrodestra fra Salvini e il marasma

Massimiliano Panarari
Centrodestra fra Salvini e il marasma

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Agosto, tradizionalmente, è mese, oltre che di vacanze, di bilanci prima del rientro. E, quindi, si può provare a fare il punto-nave su quanto accade nel centrodestra, dove fervono i cantieri, non si arresta il marasma e grande è la confusione sotto il cielo – per citare il noto motto – senza che la situazione risulti eccellente. Senza trascurare peraltro il fatto che se Atene (il centrodestra) piange, Sparta (il premier Matteo Renzi e il Pd, in calo nei sondaggi) non ride.

A dettare il dibattito pubblico, con i toni bellicosi che lo contraddistinguono e l’obiettivo dell’egemonia su questo frastagliato settore del sistema politico nazionale, è Matteo Salvini, che un giorno sì e l’altro pure spara a palle incatenate contro la Chiesa e la Cei, con l’occhio fisso sulla rendita di posizione elettorale derivante da una linea durissima sull’immigrazione (e con la poco magnifica ossessione della competizione con il Movimento 5 stelle). Il segretario della Lega Nord persegue instancabilmente la sua politica comunicativa fondata sull’occupazione (e saturazione) degli spazi mediatici.

Ed eccolo quindi variare e determinare l’orientamento dell’agenda setting a ogni piè sospinto, da ultimo anche con il lancio della proposta di una spallata contro l’esecutivo per il prossimo 6 novembre: una tre giorni di “sciopero generale” che evidenzia, oltre all’evidente intenzione di entrare nei titoli dei giornali durante questo periodo estivo, una sorta di metamorfosi leghista, in direzione movimentista e di imprenditore politico a tutto campo. Nella chiamata a uno “sciopero generale”, piuttosto inusitato per un partito, ritroviamo le spinte al cambiamento evolutivo che percorrono la forma-partito nella nostra epoca postideologica, e perfino alcune vecchie suggestioni di inizio Novecento, in stile “sindacalismo rivoluzionario” dal quale provennero, infatti, alcune figure centrali delle destre estreme (o radicali, per usare un linguaggio più consono alla politologia dei nostri giorni).

Precisamente il segmento di mercato elettorale – tra xenofobia, lasciti della “destra sociale”, alleanze variabili e fungibili con Casa Pound, i “forconi” e altri movimenti assai discutibili sotto il profilo della legittimità democratica (quando non direttamente eversivi dell’ordinamento costituzionale) – che interessa maggiormente a Salvini proiettato verso un partito iperconservatore, tradizionalista e nazional-nazionalista. L’idea della serrata abbatti-governo è stata però rispedita al mittente da diversi esponenti di rango (Renato Brunetta e Giovanni Toti in primis) di quella Forza Italia che dovrebbe rimanere l’interlocutore privilegiato della Lega dopo il tramonto del forzaleghismo, e non è piaciuta nemmeno alla solitamente barricadiera Daniela Santanchè.

Alla «disintegrazione» del partito di Silvio Berlusconi, che ha perso (con sollievo) Raffaele Fitto e (con molta minor gioia) Denis Verdini e i rispettivi seguaci, dedica un’analisi chirurgica, come nelle sue abitudini, l’ultimo numero di uno dei periodici più importanti e prestigiosi del Villaggio globale, l’Economist, che segnala altresì l’indebolimento del potere contrattuale della “politica dei due forni” del Pd renziano, il quale – con la prossima approvazione dell’Italicum nella versione attuale del premio al partito anziché alla coalizione vincente – potrebbe correre qualche rischio serio (e non contemplato).

Di qui, le voci e i retroscena sulle tentazioni, da una sponda e dall’altra, di un “Nazareno 2.0” (come è stato chiamato non eccedendo in fantasia linguistica), le cui manifestazioni e conferme alcuni osservatori leggono nella nuova governance radiotelevisiva pubblica e negli abboccamenti sulla riforma del Senato. Un nuovo accordo o, quanto meno, un’intesa (non precisamente cordiale) che sarebbe però, in questo caso, il frutto dell’incontro di due debolezze piuttosto che un patto tra contraenti in piena forma, e di cui non si individua con chiarezza il disegno, se non nei termini di un mutuo soccorso di fronte all’inarrestabile avanzata dei “barbari” (pentastellati e leghisti).

Ma i contorni delle soluzioni “in solido” – da un lato, la riorganizzazione di un centrodestra a trazione non neo-leghista (e neolepenista) e, dall’altro, la costruzione del partito della nazione – continuano a latitare, mentre prosegue a marce forzate il fenomeno (consolidato) dei cambi di casacca degli eletti in Parlamento, in transito da una formazione all’altra, col superamento perfino del record di trasferimenti già segnato nella precedente legislatura.

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