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Il “cervello” italiano emigrato in America per curare i tumori

di Alessandro Zelioli
Il “cervello” italiano emigrato in America per curare i tumori

Scandiano: Fabio Roberti lavora all’Indian Medical Center È un neurochirurgo specializzato sulle patologie cerebrali

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SCANDIANO. Vero Beach, Florida. E’ qui che Fabio Roberti, neurochirurgo scandianese che dal 1999 vive in America, dal 2011 pratica innovative tecniche operatorie di chirurgia mini invasiva. Specializzato nel trattamento dei tumori cerebrali e delle patologie spinali, Roberti dopo aver lavorato al George Washington a Washington DC – l’ospedale del presidente, dove ha ancora una cattedra come insegnante – ha ottenuto in Florida il ruolo di Direttore di Neurochirurgia nonché di Direttore del Dipartimento chirurgico.

E all’Indian River Medical Center, Roberti sta sviluppando anche nuove tecniche.

Professor Roberti, come si affrontano queste malattie?

«Solo studiandole – racconta il neurochirurgo scandianese – Sono malattie complesse. Esistono varie tipologie di tumori cerebrali: primari, secondari, con forme benigne e maligne, che richiedono spesso trattamenti diversi e personalizzati».

Lei è esperto nei tumori cerebrali e spinali. Quanto può durare un intervento chirurgico?

«In media dalle 4 alle 5 ore, anche se in passato mi è capitato di intervenire per 22 ore su un cranio. Fortunatamente il risultato fu buono».

Nel maggio di quest’anno, la Società nazionale tumori del cervello americana ha dichiarato che “i pazienti con tumori cerebrali devono affrontare non solo sintomi a volte debilitanti e bassi tassi di sopravvivenza, ma anche la presenza di limitate opzioni terapeutiche veramente efficaci. Il tumore al cervello è tra le forme più pericolose e, purtroppo, causa molti, troppi, decessi”. È d’accordo?

«Troppe vite sono state perse, ma il miglioramento delle tecniche diagnostiche sta permettendo ai medici di individuare i tumori allo stadio iniziale, quindi in anticipo rispetto al passato. Questo si traduce in risultati migliori».

Ma come viene trattato un malato?

«Il paziente viene trattato nel suo complesso. Uno degli errori che si possono fare, è quello di trattare un organo e non la persona».

Cioè?

«Il tumore al cervello, per esempio, può non essere nato lì. Quindi si deve studiare a 360 gradi la storia del paziente».

Questo a cosa serve?

«A individuare la migliore terapia a misura della patologia e del paziente».

A Vero avete un acceleratore lineare (un dispositivo moderno di radioterapia ad alta energia, strettamente mirato, che uccide con i suoi raggi X il tumore).

«Si tratta di un ulteriore mezzo che, assieme alle nuove cure chemioterapiche, ci consente di avere un’arma importante nella nostra lotta quotidiana contro i tumori al cervello e altre forme».

Fino a pochi anni fa, si eseguiva la craniotomia. E ora?

«La craniotomia è ancora una delle procedure più comunemente utilizzate, contro il cancro al cervello. Soprattutto in presenza di gliomi, che sono quasi impossibili da rimuovere in altro modo. Dopo l’intervento chirurgico, si provvede a ricollegare l’osso al cranio con mini placche e viti in titanio. E no, non ci sono problemi con il metal detector» – sorride.

Lei sta puntando molto sulla possibilità di impiego di terapie innovative. Quali?

«Ho fatto pubblicazioni scientifiche sullo sviluppo di tecniche operatorie meno invasive da utilizzarsi nella chirurgia dei tumori. Come chirurgo sono a conoscenza di alcuni studi in corso a Miami, dove ricerche recenti hanno portato a capire come – togliendo un pezzo di tumore – si possa arrivare a sintetizzare da esso un vaccino. Che potrà poi essere utilizzato nello stesso paziente per facilitare la regressione del tumore. In pratica, sapendo che ogni tumore ha il proprio codice genetico, questo approccio potrebbe rivelarsi un grande passo avanti nella prevenzione delle recidive. Una tecnica ancora sperimentale ma che ho già consigliato ad alcuni pazienti».

Gli americani la accusano di avere ancora un accento italiano. È difficile perdere le proprie radici?

«Perché dovrei? Sono sposato con una americana e i nostri figli sono nati qui. Ma io rimango uno scandianese».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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