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Il prete-chitarrista suona e canta per aiutare il Ciad

di Adriano Arati
Il prete-chitarrista suona e canta per aiutare il Ciad

Carpineti: il missionario Filippo Ivardi Ganapini a Pantano «Cristiani e musulmani insieme, impegnandosi si può»

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CARPINETI. Una buona “afronovella” narrata con parole, immagini, canti e chitarre, suonate dallo stesso missionario protagonista del cammino. Di presentazioni di libri e resoconti di attività ve ne sono molte, ma pochissime presentano la strana miscela offerta al Fuego, birreria di Pantano. Al centro, il 41enne missionario comboniano Filippo Ivardi Ganapini, dal 2009 attivo in Ciad, nel bel mezzo dell’Africa, che ha suonato, cantato e parlato del suo percorso di vita.

Padre Filippo è originario di Pantano, da dove proviene tutta la sua famiglia, che in seguito si è poi trasferita a Parma. Quando si concede qualche settimana di riposo, ne approfitta per tornare a casa e rivedere vecchi amici.

Nel 2015, poi, c’era una novità da illustrare, il suo libro “La buona afronovella – Cammini islamocristiani di liberazione”, figlio dell’esperienza in Ciad: un missionario cattolico che vive in una popolazione al 90% musulmana. A Pantano, di fronte a tante facce note, non ha solo raccontato quello che fa nella sua missione ad Abeché, piccolo villaggio non lontano dal Darfur e dal confine col Sudan. Lo ha interpretato alla chitarra, cantando e suonando assieme all’amico Matteo Orlandi, alternando i brani musicali a proiezioni e spiegazioni, e alle parole di un veterano del Ciad, padre Franco, gesuita che opera là da 52 anni: «Quando sono arrivato io, era un’altra Africa. Gli animali erano in mezzo alla città, di notte dovevi stare attento a non tamponare gli elefanti».

Ivardi Ganapini, da sempre appassionato di musica e addestrato da anni di canti ed educazione mista di giovani cristiani, musulmani e animisti, ha intrattenuto le persone arrivate al Fuego, invitando tutti a cantare e a darsi ritmo con le mani nei momenti collettivi. Il comboniano è arrivato in Ciad nel 2009, dopo un periodo fra Perù e Bolivia, e da sei anni opera in una zona rurale di un paese con una storia antichissima, al centro per secoli della tratta degli schiavi e da sempre abitato da popolazioni di culti differenti. E, negli ultimi anni, in una posizione geografica non facile. A est «c’è il confine col Sudan, e ci sono ancora 300mila profughi dalla guerra del Darfur. Sono lì da 10 anni, ma non possono tornare alle loro case». A sud-ovest, invece, il confine con la Nigeria, nell’area di maggior attività di Boko Haram, l’organizzazione terroristica jihadista responsabile di enormi massacri e recente alleata dell’Isis.

Un contesto non facile: «Per lavorare in Ciad e restarci ci vuole una grande motivazione. Fare un mese in missione e poi tornare a casa è un conto, rimanerci richiede uno sforzo non da poco», racconta il missionario. «Però, impegnandoci siamo riusciti a vivere tante belle esperienze di collaborazione, con musulmani e cristiani insieme. E questo nonostante la presenza sempre più forte di predicatori pagati dall’Arabia che vorrebbero un Islam intransigente. Ma gli abitanti del Ciad non si fanno convincere».

Qualche buon esempio è arrivato nelle pause fra una canzone e l’altra. «Nel nostro villaggio abbiamo una scuola femminile, costruita dai gesuiti pensando giustamente che le donne erano le persone più in difficoltà. Ora è frequentata anche da tante bimbe musulmane, e grazie all’impegno dei genitori, in gran parte musulmani, abbiamo allargato la proposta anche al secondo ciclo studentesco, non solo al primo per i più piccoli», spiega padre Filippo. Un’altra bella storia è quella delle banche dei cereali, narrata da padre Franco: «Abbiamo creato un piccolo deposito di miglio e cereali, che presta i prodotti a chi si trova in difficoltà. Loro dovranno restituirli al termine dei raccolti, con un piccolo sovrapprezzo per garantire stabilità alla banca. Questo metodo solidale ha funzionato, e ha fatto sparire gli usurai».

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