«Troppi animali selvatici, la soluzione è mangiarli»
Carpineti, l’idea del comandante della Forestale alla conferenza sugli ungulati: «Il problema non si risolve drasticamente; si può investire sulla gastronomia»
CARPINETI. «Il problema degli ungulati non si può risolvere drasticamente, con un netto calo dei capi. Una soluzione? Investire sulla gastronomia tipica». Non sono arrivate risposte perfette, d’altronde impossibili, ma diverse riflessioni interessanti sul proliferare degli animali selvatici in Appennino, dalla relazione di Luigi Fedele, comandante della Forestale per Parma e Reggio, sabato protagonista della conferenza “Orsi, Lupi, Linci, Cinghiali, Caprioli. Cosa sta succedendo alla fauna italiana?”.
All’incontro c’era un centinaio di persone, in gran parte agricoltori, allevatori, cacciatori, agronomi. Tutti parte in causa nei problemi che da anni vive la montagna reggiana a causa dell’altissimo numero di bestie selvatiche, principalmente ungulati come capriolo, cinghiale e cervo, devastatori per eccellenza di colture e a terra e su pianta.
In questo complesso contesto, gli agricoltori vorrebbero maggior aiuto, sia come rimborso economico che come sfoltimento della popolazione. «Il nostro ambiente è completamente mutato in questi decenni, e non credo sia possibile immaginare un abbassamento drastico del numero degli ungulati, che ormai proliferano in montagna», ha spiegato Fedele.
«E non è sempre stato così. Il capriolo in origine è un animale di pianura, basta guardare gli zoccoli per capirlo». Il mutamento principale è proprio del territorio: «Guardando foto di cento anni fa si trovano tantissimi campi coltivati in più, pascoli, un territorio ben più curato. Se confrontiamo le foto, vediamo che il bosco ha ripreso gran parte di quel terreno. Chiaramente, con l’economia povera basata sull’agricoltura di un tempo, c’era più presidio, e gli animali selvatici erano meno, anche perché rappresentavano una utile integrazione alla dieta».
In questo quadro, le vecchie soluzioni funzionano ancora, almeno con i predatori: «Nel Parmense c’è un solo pastore itinerante, e lui spiega di non aver problemi coi lupi: vive sempre con le sue pecore, ha i suoi cani, c’è un controllo costante. Per gli allevamenti chiaramente è molto diverso», ha chiarito Fedele. I guai maggiori sono causati dagli ungulati, ma nell’immaginario il timore si chiama lupo.
«Credo che i danni che provoca siano pareggiati, circa, dal suo ruolo di predatore naturale degli ungulati, ed è l’unico presente qui in Appennino». I problemi per gli agricoltori però restano. Un modo per ammortizzare l’impatto sostenendo l’economica locale è, per Fedele, «concentrarsi sulla cucina di selvaggina. La montagna prevede questi piatti; sono carni da lavorare e trattare bene, ma possono essere una grande risorsa, ora non così valorizzata. Proprio per questo, come Forestale lavoriamo tantissimo con l’Alma di Colorno, scuola internazionale di cucina». (adr.ar.)
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