Palazzo Agliati ritrova i suoi colori
È il momento del tinteggio. L’architetto Bedogni: «Useremo materiali dell’edilizia storica reggiana»
REGGIO EMILIA. Troppo spesso si confonde l'immagine dell'antichità con la patina grigia che ricopre gli edifici storici. Ritrovarne i colori originali significa recuperarne gran parte del fascino perduto, ridando il vigore della policromia a quegli intonaci screpolati e malinconicamente indistinti che ricoprono molte superfici esterne anche nella nostra città. Non è, però, un'operazione facile. Occorrono i materiali di una volta e le maestranze specializzate, che, ad esempio, l'architetto Paolo Bedogni sta utilizzando nell'ambizioso restauro della facciata del palazzo Agliati Balsamo Sforza, al numero 4 di via Ludovico Ariosto, di fianco alla ex-sede della Democrazia Cristiana. Il cantiere è stato aperto il 24 agosto con il controllo della Soprintendenza, che dovrà ratificare la scelta dei pigmenti e delle tonalità di colore. «Questo edificio - spiega l'architetto Bedogni - è una delle più importanti testimonianze del tardo barocco a Reggio. E' coetaneo della vicina chiesa del Cristo ed appare concepito secondo gli stilemi dell'architettura bolognese, con risvolti plastici in cocciopesto realizzati in opera. Abbiamo scelto di restaurarne la facciata usando i materiali dell'edilizia storica reggiana, cocciopesto, calce e terre colorate, con una piccola percentuale di olio di lino cotto. Ci siamo serviti della preziosa consulenza di un anziano maestro, Cesare Pellicelli. Le opere di restauro sono curate da Giancarlo Prampolini. Il tinteggio è affidato a Luca Cabassi e a Fabbrika Restauro. Per identificare i colori originali la ditta Prampolini aveva già fatto nel 2013 una ricerca stratigrafica, che ha individuato due tonalità diverse nel piano terra e nei piani superiori. Poi abbiamo ripetuto stratigrafie e descialbi. Nei secoli la facciata ha subito tre tinteggi, l'ultimo dei quali negli anni Ottanta del Novecento. Per il nostro, che sarà il quarto, ripristineremo l'ocra chiaro dei rilievi e il verde Brentonico dello sfondo».
Il palazzo risale ai primi del Settecento. Nel 1717 era di proprietà di Sivia e Baldassarre Agliati, sotto la parrocchia di Santa Maria Maddalena. Intorno al 1786 passò alla famiglia Raimondi, nel 1821 a Venerio Veneri e più tardi alla famiglia Zecchi-Balsamo, a cui appartiene tuttora. Il prospetto è diviso in tre piani. Il basamento è costituito da riquadri a stucco. Al centro del piano nobile si trovano un balconcino balaustrato che sovrasta l'ingresso e finestre sormontate da volute timpanate in altorilievo. «Questo restauro - preannuncia l'architetto Bedogni - si caratterizza come un cantiere pilota per l'intera via Ariosto. Abbiamo raccolto le foto storiche con l'intenzione di rigenerare la zona di porta Castello riscoprendone l'identità. Ne stiamo discutendo con l'assessore Alex Pratissoli. Il primo intervento, dopo questo, potrebbe riguardare l'ex-sede della Dc».
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