Gazzetta di Reggio

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Reggiano di montagna a rischio “estinzione”

di Claudio Corradi
Reggiano di montagna a rischio “estinzione”

Basse remunerazioni all’origine di una morìa di aziende del nostro Appennino Allo studio un modo per commercializzare direttamente il prodotto

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REGGIO EMILIA. Da sempre il Reggiano di montagna è il fiore all’occhiello della nostra produzione lattiero-casearia. Un prodotto differente nel quale, senza nulla togliere alle altrettanto eccellenti produzioni di pianura, anche per i meno esperti non è difficile riconoscere caratteristiche organolettiche distintive, che hanno all’origine un’alimentazione particolare e un ambiente ad elevata salubrità.

Tanto che anche il Consorzio si è organizzato per la costituzione di un marchio specifico per identificare il Reggiano di montagna, che però deve fare i conti con maggiori costi di produzione e una serie di infrastrutture di gestione più onerosa, con il rischio che, soprattutto in tempi di crisi dei prezzi, i produttori di questi territori siano fortemente penalizzati. Del rischio della scomparsa degli allevamenti di montagna si è occupato in questi giorni anche il quotidiano nazionale Il Messaggero.

Le aziende però sono in perdita non tanto per gli elevati costi di produzione, ma soprattutto per la bassa remunerazione riservata ad un prodotto eccellente. E che, dal punto di vista nutrizionale ed organolettico, non può essere confuso con altri latticini che spesso vengono meglio pagati.

«La montagna è fatta di piccole aziende e caseifici medio piccoli – sottolinea la senatrice Leana Pignedoli il cui vivace interessamento a queste problematiche è citato nel servizio – il prezzo ai grossisti che permane basso da troppo tempo fa saltare questo sistema molto fragile. Ogni azienda che chiude mette a rischio la tenuta del caseificio». Problemi che creano ulteriori problemi.

«Si esce da questa spirale, che non è una parentesi, solo se i produttori sapranno passare dall’essere semplici fornitori di un prodotto semilavorato ad essere produttori-imprenditori ed arriveranno cioè al prodotto finito. Solo in questo caso ci sarà un margine di reddito sufficiente», aggiunge Pignedoli.

Soluzioni di cui si parla da tempo, ma da sempre di difficile attuazione. «È urgente lanciare un progetto per il Reggiano di montagna in cui al percorso stagionatura, porzionamento compartecipano anche i produttori - aggiunge la senatrice - Per i caseifici significa parlarsi, collegarsi, condividere programmi precisi di impresa su un prodotto che oggi oltretutto può fregiarsi della menzione introdotta recentemente dall’Ue “prodotto di montagna”, un elemento distintivo in più che il mercato può riconoscere».

Ma da dove si può partire? «Mi auguro che lo stesso sistema cooperativo lanci un progetto innovativo a partire dalla montagna, in cui i produttori si mettono in rete per diventare protagonisti della commercializzazione o dar vita a progetti in cui diventano partner di soggetti commerciali già esistenti. Serve una crescita comune produttore e commerciante per affrontare i mercati esteri che sono vasti, lontani, difficili ma sempre più interessati al Reggiano».

L’orizzonte è quello di una rete che metta a sistema le tante individualità.

«Stiamo ancora lavorando ad un progetto di costituzione di un Consorzio di Commercializzazione fra cinque latterie del nostro territorio – spiega Martino Dolci presidente del Caseificio del Parco di Ramiseto – per poter disporre di 70mila forme l’anno e poter pensare di iniziare a vendere direttamente il prodotto. Siamo tutti concordi sul fatto che i commercianti fanno il loro interesse, però stiamo ancora cercando un accordo. Certo è che avanti di questo passo, a 7,70 euro al chilo per il formaggio di montagna, quello di pianura vale il 10% in meno ma in passato la forbice era ancora superiore, chiudiamo tutti".

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