«Campovolo? È un ritorno a casa»
Ligabue si racconta ai microfoni di Fabio Fazio: «Una vita da mediano, ma qualche gol l’ho fatto»
REGGIO EMILIA. «Campovolo? È casa. A me piace moltissimo il nome, perché sa di qualcosa di antico. Mi piace che ci sia dentro la terra e la possibilità di spiccare il volo. Mi piace che sia diventato un posto dove ci si riconosce più facilmente». Si racconta a 360 gradi. E, tirando un bilancio del suo giro del mondo, lancia il conto alla rovescia verso “Campovolo 2015-La Festa”, il megaconcerto in programma il 19 settembre. Una festa per i 25 anni di carriera del rocker di Correggio, raccontata ai microfoni di Fabio Fazio in occasione dello speciale “Ligabue. Giro del mondo-Da Tokyo a Campovolo”, andato in onda per due serate su Rai Uno.
Una lunga chiacchierata, nella quale il rocker di Correggio ha ripercorso gli esordi e i successi di una vita trascorsa sul palco. A cominciare dagli indimenticabili live a San Siro, lo stadio che come ammette lo stesso Liga rappresenta un po’ il tempio per la musica italiana, passando per il Mondovisione Tour e arrivando all’aeroporto di Reggio Emilia, dove proprio il 19 settembre si terrà quello che sarà il concerto più lungo per il Liga: il rocker di Correggio suonerà per intero l’album “Ligabue” (1990) con i ClanDestino, l’album “Buon Compleanno Elvis” (1995) con La Banda e tutto il meglio di “Giro del mondo” accompagnato dalla sua formazione attuale, Il Gruppo. Una passione, quella per la musica, che il Liga ha avuto sin da piccolo. Come ricorda ai microfoni di Fazio, raccontando i primi giri in bicicletta senza rotelle mentre cantava “La fisarmonica” di Gianni Morandi.
«Non era esattamente un pezzo moderno, neanche per Gianni Morandi», ammette il Liga, innamorato dei 45 giri e cresciuto nell’epoca in cui Correggio ospitava i big del rock internazionale, come Bob Dylan. Ed è stata proprio l’epica rock ad “allontanarlo” da pretese progressive: un’epica di provincia, che risuona nelle parole e nella musica di Sogni di Rock ’n’ Roll, «canzone che è un po’ la madrina di tutte le altre».
«Chi mi segue dalle mie canzoni non può non aspettarsi da me cose popolari – spiega Ligabue – I libri, i film, quello è materiale che non vuole esser mainstream, dove mi prendo altre libertà. Nelle canzoni penso sempre e comunque di avere un impegno verso le canzoni stesse. La canzone nasce come riduzione del melodramma, quindi come qualcosa per la gente». Ironia, sentimento. Ma anche rapporto con la realtà e con il pubblico, in una “vita da mediano” che in realtà ha saputo trasformarsi in fuoriclasse: «C’è una cosa che ancora oggi del mediano reputo intoccabile: il mediano non accetta la sconfitta. È costretto a due ruoli, rompere gli attacchi e poi proporre. Sa che deve correre tanto e difficilmente il suo nome finisce nei titoli perché alla fine ci finisce chi fa gol. E non ne vuole sapere che la squadra non faccia tutto. Ora mi sento attaccante e anche fortunato, perché sono messo nella condizione di far gol. Alcuni gol li ho fatti». Prodezze che il 19 settembre, al campovolo, torneranno a riaccendere il popolo dei 150 mila fans.
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