Gazzetta di Reggio

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L'economia illegale e il dilemma della cooperazione

Claudio Ghiretti *
L'economia illegale e il dilemma della cooperazione

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REGGIO EMILIA. Che cos’è una cooperativa? Per il codice civile “le cooperative sono società a capitale variabile con scopo mutualistico”. Niente di più. Una definizione assai vaga che non dà ragione del ruolo e del segno che la cooperazione ha lasciato nella storia e nell’identità di tante comunità locali.

Per la legge, la cooperativa non è nient’altro che uno strumento societario per fare impresa, soggetto a particolari vincoli, ma, formalmente indifferente a connotazioni etiche. Per questo motivo è tanto facile creare false cooperative e piegarle, pur nell’apparente rispetto della forma, a qualsiasi scopo, esattamente com’è possibile fare con le imprese private. Infatti, le false cooperative, sono sostanzialmente imprese private, utilizzate per mascherare interessi privati, spesso per fini di concorrenza sleale e quasi sempre diretti alla riduzione dei diritti dei lavoratori meno qualificati.

Ma, le vere cooperative, al contrario, sono molto di più che uno strumento d’affari. Grazie alle tre grandi idealità, quella socialista, comunista e cattolica, la cooperazione è diventata, per milioni di persone, sinonimo di riscatto sociale, di lavoro giusto ed equamente retribuito, di crescita umana e culturale.   

Eppure, nonostante la sua accresciuta importanza per l’economia nazionale, il mondo cooperativo appare sempre più un insieme scoordinato di imprese il cui modus operandi è affidato alla libera determinazione dei singoli gruppi dirigenti. La conseguenza è stata la progressiva perdita di coerenza etica.

Da tempo la cooperazione naviga nel mare aperto del mercato. Un mercato, peraltro, insidioso e talora infido, percorso da fortissime correnti d’illegalità. Gestire una cooperativa è diventato più difficile. Per questi motivi, i dirigenti non possono essere semplicemente manager, né semplicemente politici. Devono essere manager cooperativi, cioè avere competenze e capacità per dirigere imprese, ma anche radici culturali ben piantate nei valori dell’uguaglianza, della solidarietà, della fratellanza e della giustizia sociale.

Purtroppo, la cronaca ci informa che l’elenco delle cooperative coinvolte anche in casi di corruttela, si allunga gettando un’ombra sul prestigio dell’intero mondo cooperativo. Un’ombra che non può più essere ignorata o sottovalutata. E’ tempo di eliminare ogni ambiguità e di bandire, dall’orizzonte cooperativo, l’affarismo fine a stesso.

Questa riflessione deve necessariamente partire dalla seguente domanda: l’impresa cooperativa dev’essere un’impresa etica? Se la risposta è no, allora la funzione sociale speciale della cooperazione è finita e non merita più la protezione della nostra Costituzione.

Se la risposta è si, come credo, allora bisogna coglierne tutte le implicazioni. Da sempre, le imprese più esposte a condotte illegali e con esse anche le cooperative, sono quelle che operano nel campo degli appalti pubblici. In questi settori corruzione e concussione sono endemici. O si accettano le regole dell’illegalità o non si lavora, oppure ci si deve accontentare di lavoretti marginali che impediscono la crescita della cooperativa.

L’impressione è che le imprese, anche cooperative, qualche volta, abbiano scelto di accettare il sistema. Allora la domanda che ne consegue è la seguente: è possibile fare impresa etica nei settori in cui dominano illegalità e consorterie spartitorie fra imprese e pubblici funzionari?

La mia risposta è no. Per questo motivo, la “vera” cooperazione ha una sola strada davanti a sé: quella di porsi, senza ambiguità, come fattore di risanamento dell’economia, combattendo, con tutte le forze, per la trasparenza degli appalti, per la legalità nella gestione delle imprese e contro la corruzione pubblica e privata.  
Solo con un impegno etico coerente la cooperazione potrà costruirsi un futuro degno della sua storia e della dedizione di milioni di soci e lavoratori.

* Dirigente cooperativo
 

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