Gazzetta di Reggio

Reggio

Nel ghetto per riscoprire la cultura ebraica

di Leonardo Grilli
Nel ghetto per riscoprire la cultura ebraica

Grande successo dell’iniziativa Istoreco. Il rabbino Goldstein: «Aprire le porte delle identità culturali»

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REGGIO EMILIA. In occasione della Giornata europea della cultura ebraica, ieri si sono svolte le visite guidate al ghetto, alla sinagoga e al cimitero ebraico della città. Attiva la partecipazione dei reggiani, che dalle 9.30 alle 19 si sono presentati a decine per scoprire un lato poco noto della nostra città. A curare l’evento, alcuni membri di Istoreco, come l’insegnante Alessandra Fontanesi. «La volta originale – ha spiegato – è stata abbattuta dopo la Seconda guerra mondiale: erano rimasti pochi ebrei per mantenere attivo il luogo di culto e l’edifico era stato trasformato in stamperia comunale». Oggi però si può ammirare la sinagoga grazie al restauro iniziato nei primi anni '90 e terminato nel 2001, che ha seguito fedelmente i progetti originari. «Il ghetto invece – ha continuato Fontanesi – è stato istituito nella seconda metà del 1600 e ha mantenuto più o meno l’ampiezza originaria, potendosi sviluppare solo in altezza». Per approfondire il tema della cultura ebraica si è poi tenuta alle 10.30 nella sinagoga la conferenza “Ponti, acquedotti e vie in un brano del Talmud”. A parlare è stato il rabbino capo, Beniamino Goldstein, accompagnato dal vicepresidente della comunità ebraica di Modena e Reggio e dall'assessore ai Beni comuni, Mirko Tutino. Immancabile la presenza della professoressa Alberta Sacerdoti, storica rappresentante della comunità ebraica della nostra città, che conta ormai «solo da due persone: io e mia figlia».

Il tema è stato l'esigenza di far conoscere più da vicino il mondo ebraico: «Bisogna che l’ebraismo - ha spiegato il rabbino - si faccia conoscere non solo attraverso lezioni accademiche e opuscoli, ma anche nella vita quotidiana». Sono per questo necessari dei ponti: «Ponti quotidiani che non annullino le identità, ma che ci facciano passare dall’una all’altra».

Fondamentale quindi l’integrazione, il confronto costante fra culture diverse, senza per questo scordarsi del passato. Come invece, secondo Goldstein, spesso accade: «La parola che si trova più spesso, soprattutto in campo politico, è il futuro. Meno si trova il concetto di presente, ma assolutamente vietata è la parola passato, come se fosse qualcosa di oscuro da dimenticare. E invece è proprio nel passato che si possono trovare esempi di convivenza pacifica, o imparare dagli errori commessi».

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