«Avanti con i piani di controllo sui lupi»
LIGONCHIO. Queste le risposte di Willy Reggioni, esperto di fauna selvatica dell’Appennino ed in particolare da anni impegnato sui progetti del Parco nazionale sul lupo, ultimo il nuovo progetto...
LIGONCHIO. Queste le risposte di Willy Reggioni, esperto di fauna selvatica dell’Appennino ed in particolare da anni impegnato sui progetti del Parco nazionale sul lupo, ultimo il nuovo progetto europeo Life Mirco che proseguirà fino al 2019.
1 «Negli ultimi anni l’Appennino in generale, e quello settentrionale soprattutto, ha visto uno straordinario aumento della ricchezza di specie selvatiche presenti, sia come varietà delle stesse che come numeri delle varie popolazioni. Questo non è stato frutto di politiche ambientali particolari, quanto di mutazioni economiche e sociali, in primis l’abbandono di terreni agricoli e lo spopolamento delle montagne. Questo ha portato ad una rinaturalizzazione di vaste aree e a questo habitat in cui le specie si sono ri-ambientate. Questo ha portato ad un conflitto con le residuali attività di zootecnia, ed in particolare la pastorizia per quanto riguarda nello specifico il lupo, visto che l’allevamento bovino non è interessato dal fenomeno: le uniche prede che potrebbero essere oggetto di attacchi di lupi infatti sono vitelli di pochi giorni di vita, che dovrebbero essere tra l’altro all’aperto. La proliferazione degli ungulati invece entra in conflitto con la tradizionale attività di coltivazioni foraggere per il Parmigiano Reggiano. Che ci sia questo conflitto è innegabile».
2 «Nel territorio del crinale, nei Comuni del Parco nazionale, da anni lavoriamo alla mitigazione di questo conflitto tra la presenza del lupo e le attività umane, con risultati che hanno dato risultati importanti e quantificabili: grazie ad azioni a sostegno degli allevatori gli episodi di predazione degli animali sono sensibilmente calati. In queste zone il lupo ha sicuramente una incidenza sulla popolazione degli ungulati selvatici. Non è però pensabile che questo elemento rappresenti da solo un fattore di controllo degli ungulati: sul numero dei lupi infatti esiste un problema di percezione».
«Noi sappiamo che su un’area di 120 – 150 km quadrati vivono branchi di 4 – 6 animali, che possono diventare più numerosi nel periodo delle cucciolate, quando si assiste ad una “concentrazione” dei branchi, che poi dopo poco si ridividono. In provincia quindi i numeri sono relativamente ridotti e non possono frenare più di tanto popolazioni di ungulati che invece sono davvero molto numerose. La percezione è però legata alla presenza di branchi anche in zone della collina, dove a volte ci sono famiglie che magari allevano pochi capi vicino a casa e senza le dovute protezioni: questo porta ad episodi di predazione anche in prossimità delle case, o all’avvistamento di esemplari, ravvivando la paura atavica del lupo, inducendo la convinzione che ce ne siano molti di più di quanti sono in realtà, e anche l’idea che abbiano una maggiore “confidenza”, che alcuni riconducono ad ibridazioni lupo-cane. Il problema dell’ibridazione c’è, e come Parco ci stiamo lavorando, ma è un problema sotto il punto di vista del mantenimento di un patrimonio genetico che rischia davvero di perdersi, quello del lupo italiano. Gli aspetti caratteriali anche in un ibrido che venga allevato come un lupo, sono gli stessi di un lupo, non c’è la maggiore confidenza che può esserci in un cane».
3 «Il Parco nazionale per gli allevatori e gli agricoltori, e in generale per mitigare il conflitto tra specie selvatiche e attività umane, ha portato avanti diverse azioni. Nei Comuni del crinale ha sostenuto gli allevatori nell’installazione di varie recinzioni anti lupo, e nell’adozione di grossi cani da guardiania che sono in grado di allontanare i lupi. Questi provvedimenti hanno portato ai risultati che dicevo prima. Per quanto riguarda gli ungulati, il Parco da tre anni, con la collaborazione di diversi cacciatori, porta avanti piani di controllo dei cinghiali ad esempio, utilizzando la tecnica di caccia poco impattante della “girata”, che stanno dando risultati importanti sulle aree agricole appena fuori dai confini dell’Ente». (l.t.)
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