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L’allarme: «in Italia non ci sarà più agricoltura»

Settore zootecnico: a Reggio chiuse 300 stalle in 10 anni

Settore zootecnico: a Reggio chiuse 300 stalle in 10 anni

La Coldiretti organizza una mobilitazione al Brennero: «L’Europa apre le frontiere alle schifezze, è colpa sua»

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REGGIO EMILIA. Nonostante l’occupazione sia tornata a crescere il settore zootecnico reggiano non conosce tregua. I numeri sono sconfortanti: negli ultimi 10 anni a Reggio Emilia hanno chiuso oltre 300 stalle, con un ritmo di oltre 2 al mese. Ma non solo, dal 2000 sono circa 3200 le aziende agricole che in provincia hanno dichiarato fallimento.

Secondo la Coldiretti fra le cause di questa crisi c’è l’Europa, che «chiude le frontiere ai profughi e le spalanca alle schifezze». Sarebbe infatti la mancanza di trasparenza sulla reale origine e sulla caratteristica degli alimenti a provocare l’abbandono delle campagne. E le conseguenze sono più gravi di quanto si pensi. Secondo Assuero Zampini, direttore della Coldiretti di Reggio Emilia, «la chiusura di un’azienda agricola porta con sé conseguenze economiche, ambientali e sociali». Soprattutto quando a fallire sono le aziende più piccole, che costituiscono “il reticolo di presidio del territorio e dei guardiani dell’ambiente». Per questo la Coldiretti, con la collaborazione di Polizia, Guardia di Finanza e Carabinieri del Nas, sta eseguendo in queste ore dei controlli al valico del Brennero, dove sono giunti anche migliaia di agricoltori da tutta Italia.

Attualmente sono poco più di mille le aziende zootecniche sopravvissute a Reggio Emilia ma, come spiega la Coldiretti, «se l’abbandono continuerà con questo ritmo non ci sarà più agricoltura in Italia. Con conseguenze devastanti sull’economia, sull’occupazione e sull’immagine del Made in Italy». Per questo motivo oggi andrà a dare rinforzo alla mobilitazione sul Brennero anche la delegazione degli agricoltori Coldiretti della provincia.

A causa della concorrenza sleale che fa chiudere le aziende, oggi in Italia siamo costretti ad importare anche ciò che potremmo benissimo produrre da noi, e meglio. Ad esempio facciamo venire dall’estero il 40% di latte e carne, il 50% del grano tenero per il pane, il 40% del grano duro per la pasta. Ma anche l’olio d’oliva, da sempre fregio del miglior Made in Italy: ne siamo infatti i maggiori importatori mondiali, per poter poi realizzare miscele di bassa qualità “spacciate” come nostrane.

(l.g.)

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