Gazzetta di Reggio

Reggio

finto stalker

Lotta sul dna al processo contro l’avvocatessa

REGGIO EMILIA. Aveva presentato decine di denunce contro uno stalker misterioso che la perseguitava da anni con lettere e che l’aveva anche assalita fisicamente, indossando una maschera come quella...

2 MINUTI DI LETTURA





REGGIO EMILIA. Aveva presentato decine di denunce contro uno stalker misterioso che la perseguitava da anni con lettere e che l’aveva anche assalita fisicamente, indossando una maschera come quella resa famosa dal film Scream. Ma a finire al processo è stata lei, un’avvocatessa, per simulazione di reato. E nel processo arrivato alla seconda udienza, ieri, si sono scontrate le perizie: quella del pubblico ministero Valentina Salvi e della difesa, rappresentata dall’avvocatessa Rosanna Beifiori, sul dna individuato sulle buste e sulla calligrafia.

In aula, davanti al giudice Andrea Rat, hanno parlato i periti. Cruciale la questione dna. Perchè se da una parte le perizie dell’accusa puntano il dito sul fatto che il dna individuato sul francobollo di una delle missive corrisponde a quello dell’imputata, la perizia della difesa pone un’altra questione: che non si può dire che quel profilo generico sia stato individuato da tracce che erano sotto al francobollo e nemmeno che sia stato estrapolato dalla saliva. Ma che potrebbe essere stato “preso” da altre tracce come sudore finito sulla busta anche accidentalmente quando la donna ha preso in mano, ricevendola, la missiva stessa.

Accusa e difesa si scontrano anche sulla grafia con cui le lettere sono state scritte.

Il perito della Salvi ha stabilito che è compatibili con la grafia dell’avvocatessa, mentre la difesa portando tre perizie diverse elaborate da professionisti distinti sostiene il contrario.

Ieri, in aula sono intanto stati ascoltati anche altri testimoni. Compreso il postino della zona in cui la donna vive e che le recapitava la posta, comprese le misteriose missive. L’uomo ha spiegato di ricordare quella corrispondenza, che ha definito «strana» per via della grafia con cui era indicato l’indirizzo.

L’uomo ha poi riferito di una busta che non era stata recapitata alla destinataria poichè una volta in ufficio postale questa «grondava sangue» o comunque liquido rosso riconducibili a liquido ematico. L’uomo ha raccontato poi di una scambio di battute con la stessa avvocatessa. La quale gli aveva chiesto come mai non arrivassero più missive di quel genere, domandando se non venissero bloccate proprio negli uffici postali.

Il processo riprenderà il 25 settembre prossimo, dove saranno ascoltati altri testi chiamati dall’accusa. Quindi, sarà la stessa avvocatessa a essere ascoltata.

Alla donna, con l’accusa di simulazione di reato, il pubblico ministero contesta un lavoro di indagine durato molti mesi dopo le denunce da essa presentate e una spesa notevole: qualcosa come 150mila euro che sono stati impiegati per un’indagine che le risultanze investigative hanno ritenuto inutile.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google