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Zona stazione, ecco le case dove abitano gli "invisibili"

Leonardo Grilli
Zona stazione, ecco le case dove abitano gli "invisibili"

All'anagrafe gli stranieri residenti sono pochi, in realtà vi vivono a migliaia: inchiesta della Gazzetta sul quartiere degradato teatro dell'ultima clamorosa rissa fra nigeriani

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REGGIO EMILIA Siamo in via Sani, incastonata fra la Coop, il Parco delle Paulonie e Piazza Secchi, ritrovo quotidiano di numerosi nigeriani. Siamo al centro di quello che da molti reggiani è considerato un vero e proprio ghetto. Camminando per i quartieri di San Pietro e Ospizio, infatti, sembra di essersi spostati come per magia dalla Reggio Emilia dell'unità d'Italia in un quartiere di Pechino o in un suq egiziano.

Fra dialetti di tutte le lingue, profumo di kebab e riso cantonese e scritte in mandarino si ha la netta percezione di passare attraverso una zona, quella adiacente a piazza Marconi, colonizzata da tre diverse culture: quella cinese, quella araba e quella africana. Eppure proprio in via Sani, stando alle carte dell'anagrafe del Comune di Reggio Emilia aggiornate al 31 dicembre 2014, risulta un solo residente straniero contro 51 italiani.

Ma la stranezza non si ferma qui, riguarda tutte le strade che compongono questa cosmopolita zona della città. Così in via Eritrea gli stranieri sono solo 128, in via Cesana 26, in via Alai 95. Addirittura nella piazza della stazione, che pullula di ristoranti, parrucchieri e bar cinesi, minimarket gestiti da marocchini o asiatici, agenzie di viaggio solo per stranieri e infinite compagnie per il cambio moneta, i non italiani sono appena 180.

Reggio Emilia, gli invisibili in zona stazione

È evidente che i conti non tornano, il numero di stranieri residenti è davvero basso rispetto a ciò che si può realmente percepire. Basta camminare per il quartiere e vedere la divisione territoriale che queste etnie si sono come autoimposte, tanto netta quanto impressionante. Partendo dalla stazione, la prima metà di via Turri è nettamente asiatica. Poi, come d'improvviso, dal civico 25 in poi avviene un deciso cambiamento. I nomi sui campanelli, prima quasi unicamente orientali, cominciano a trasformarsi.

Finché arriva un momento, all'incirca da via Sani in poi, in cui ci si rende conto che l'onomastica araba e africana è passata in vantaggio. E lo si riesce a intuire anche dagli esercizi commerciali aperti sotto gli enormi condomini del quartiere. Le pescheria Meiwei diventa il bazar Sahraui, il supermercato in mandarino la Casa della buona carne araba, il parrucchiere coreano l'agenzia di viaggi marocchina Laayoune. Mentre ai pochi cognomi italiani rimasti sui citofoni spesso corrispondono appartamenti abitati da stranieri.

Basta entrare per esempio nei grossi palazzi di via Paradisi e bussare alle porte, per sentirsi rispondere con un «Scusa, non parlo italiano». Eppure in via Turri risultano 981 stranieri a fronte di 281 italiani, mentre in via Paradisi il rapporto è di 315 contro 165. Basta darsi un'occhiata attorno e poi alzare lo sguardo verso i condomini per capire che c'è qualcosa che non va, la conta non torna. Edifici interi che accolgono troppo pochi residenti rispetto a quelli che potrebbero davvero ospitare.

Forse alcuni appartamenti sono sfitti, magari qualcuno pagherà anche in nero, più spesso per ogni straniero che affitta una casa ce ne sono altri dieci che ci abitano non registrati. Ma il trucco per sciogliere questo nodo di Gordio in realtà sta nella definizione di residenza, "il luogo nel quale la persona ha la sua abituale dimora" e regolamenta la relazione che ogni individuo intrattiene con il proprio territorio. La maggioranza degli stranieri, quindi, non abita stabilmente in quei quartieri o comunque preferisce non risultare come residente, in questo modo non integrandosi mai al 100% con la città e rendendo difficile la propria identificazione. Il ben noto fenomeno delle “residenze fantasma”.

Tutto questo mentre la maggioranza dei reggiani se ne vanno da queste zone, così come le attività italiane falliscono o si spostano in altri quartieri della città. Lo si intuisce in ogni dettaglio e diventa evidente se si guarda il desolante panorama offerto dal centro commerciale Il castello, che ormai di commerciale ha poco o nulla. Sopravvivono solo due ristoranti cinogiapponesi, le associazioni dei lavoratori e poco altro.

Per far fronte a questa situazione, e ai continui episodi di criminalità che si verificano in questo quartiere, il sindaco Luca Vecchi ha recentemente inaugurato la linea della tolleranza zero. «Faremo di tutto per stroncare la speculazione e l’illegalità che sta dietro alle residenze fantasma o alle case affittate a una persona, dentro le quali dormono in quindici. E useremo la stessa fermezza e lo stesso rigore su chi specula e guadagna sulla povera gente».

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