Riconosciuta dal padre dopo 40 anni
A lungo ignorata, un’impiegata reggiana “incastra” il genitore con il test del Dna e ottiene 250 mila euro di risarcimento
BUSANA-REGGIO EMILIA. Le domeniche pomeriggio e le serate spensierate nella mitica “Tavernetta” di Cervarezza a cavallo degli anni Sessanta e Settanta, quando nella sala da ballo (a quei tempi si chiamavano così le odierne discoteche) si ritrovavano tanti giovani della nostra provincia (e non solo) perché il locale della nostra montagna era una vera e propria “attrazione”.
Ma non stiamo aprendo l’album dei ricordi di quella generazione che danzava sulle note delle canzoni di Lucio Dalla, Iva Zanicchi, i Nomadi, i Ricchi e Poveri (tutti big che si sono esibiti nella “Tavernetta”), bensì è il preambolo di una vicenda in cui l’amarcord non è certo piacevole e che dopo quarant’anni è sfociata in due decisioni giudiziarie nel giro di un triennio.
Sentenze delicate perché in ballo c’è il riconoscimento di paternità richiesto da un’impiegata quarantenne decisasi nel 2005, al culmine di un sofferto percorso, a fare chiarezza nel suo passato, rivolgendosi ai legali Valter Azzolini e Noris Bucchi per intraprendere una duplice azione giudiziaria.
E il test del Dna, dopo una battaglia legale durata ben sette anni, ha detto che il commerciante ultrassessantenne da lei indicato è effettivamente suo padre. A questa decisione si è ora aggiunto un maxi risarcimento da 250mila euro (immediatamente esecutivo) per i danni morali subiti in quarant’anni di totale disinteresse da parte del genitore.
Come ricostruito in tribunale a Reggio – attraverso diverse testimonianze – i genitori dell’impiegata si sono conosciuti alla “Tavernetta” sul finire degli anni Sessanta: l’amicizia fra quei due giovani reggiani diviene poi una vera e propria storia sentimentale, durata circa tre anni (come rievocato in aula dalla mamma dell’impiegata). Un rapporto confermato – in udienza – anche da un amico di lui che ha anche ripercorso quel periodo giovanile e le assidue “puntate” al locale di Cervarezza.
Ad un certo punto la ragazza rimane incinta e del suo stato di gravidanza informa il fidanzato. E qui tutto crolla.
Lui le consiglia di abortire perchè non ha un lavoro e non saprebbe come mantenere un figlio. Una richiesta inaccettabile per la giovane che non ha nessuna intenzione d’interrompere la gravidanza. Meglio una vita da ragazza-madre che l’aborto. Da quel momento i due non si vedranno più. Ognuno per la propria strada. Nel 1973 viene al mondo la piccola e dopo la nascita i genitori di lui vanno a far visita alla piccola (in almeno un’occasione) e si tengono in contatto per un po’ di tempo scrivendo cartoline e biglietti d’auguri natalizi. Si comportano da nonni paterni, ma la vicenda continua a prendere un’altra piega ed anche queste visite e bigliettini spariscono.
Una storia che non finirà però inghiottita dall’oblio, perché nel 2005 la bimba ora diventata una donna si decide a chiedere il riconoscimento della paternità. Il commerciante si oppone al test del Dna, ma il procedimento va avanti e l’esito dell’esame genetico porterà all’identificazione di quest’uomo come il vero padre.
E di recente il giudice Luca Ramponi, motivando poi la concessione del maxi risarcimento, rimarca come l’allora fidanzato avesse la consapevolezza del concepimento perchè “non avrebbe avuto ragione di chiedere alla madre di abortire – scrive nell’ordinanza il magistrato giudicante – nè si spiegherebbe perché i suoi genitori abbiano fatto visita ad una bambina appena nata con la quale non avevano, per altro verso, alcun rapporto”. Per il magistrato gli elementi emersi in aula “contribuiscono a fornire una serie di indizi univoci e gravi, precisi e concordanti circa la consapevolezza del concepimento” da parte dell’uomo.
In tribunale c’è stata anche l’occasione di incontro fra la figlia e il padre, ma ha dominato la freddezza, si sono ignorati.
«La nostra assistita – spiegano gli avvocati Azzolini e Bucchi – ha seguito tutte le udienze e per lei questi dieci anni di battaglia giudiziaria non sono stati facili. E’ una persona pacata e discreta, che non è certo mossa da rancore ed odio verso il genitore. Voleva solo giustizia e l’ha ottenuta sia sul piano successorio che sul versante dei danni morali patiti».
La decisione sul maxi risarcimento – emessa dal giudice Ramponi – può essere impugnata entro sei mesi dal padre. Vedremo se effettivamente sarà così.
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