Un errore umano sull’impianto a gas
Guastalla, il perito indica l’ipotesi più plausibile del rogo al mercato: «Problemi di manutenzione e manovra non corretta»
GUASTALLA. La strage avvenuta al mercato di Guastalla il 9 marzo 2013 – in cui morirono bruciate vive nel furgone rosticceria la 27enne Rossana Mango, la madre 49enne Teresa Montagna e la zia 43enne Bianca Maria Montagna – resta un caso a dir poco complesso anche dopo la perizia illustrata ieri pomeriggio in maniera minuziosissima dall’ingegner Luca Marmo del Politecnico di Torino.
Tecnicamente un “incidente probatorio” che è durato in tribunale a Reggio oltre quattro ore, fra l’illustrazione della perizia e le non poche domande poste dai consulenti tecnici dei tre indagati, dagli avvocati (fra difensori e legali delle 19 parti offese), dal pm Stefania Pigozzi e naturalmente dal gip Antonella Pini Bentivoglio. Su quanto accaduto quella tragica mattina il perito ha formulato diversi scenari (chiarendo quali strumenti ha usato e le metodologie seguite), rimarcandone però uno come «più verosimile» che prevede come cause della tragedia problemi di manutenzione ed un’operazione non corretta nell’impianto a gas che alimentava l’attività del furgone-rosticceria. La parola «verosimilmente» è risuonata più volte in aula, anche perché ricostruire la vicenda non è stato certo agevole anche per un esperto, visto che la violenza del fuoco ha fuso persino delle parti in metallo del mezzo avvolto dalle fiamme ed in cui rimasero intrappolate le tre donne. L’ingegner Marmo – che è noto per aver svolto una consulenza anche nel disastro della Thyssen di Torino – ha basato le sue conclusioni non solo sui reperti rinvenuti, ma anche su esami chimici, video dell’accaduto, testimonianze raccolte durante le indagini, legando il tutto con logica scientifica ed acute osservazioni. Dei tre indagati – cioè Francesco Mango (unico sopravvissuto della famiglia che gestiva il furgone-rosticceria), Marco Reverberi (gestore del distributore di carburanti in cui si riforniva abitualmente Mango stesso) e il titolare della Bbm Bolpagni (ditta di Brescia che allestì il mezzo andato a fuoco) – era presente in aula solo l’imprenditore bresciano assistito dall’avvocato Noris Bucchi.
Ora sarà il pm Pigozzi – titolare dell’inchiesta – a dover decidere su quale ipotesi puntare, non solo alla luce degli esiti della complessa perizia, ma anche valutando la corposa documentazione raccolta in questi due anni (accertamenti di carabinieri e vigili del fuoco, foto, video, testimonianze, le controdeduzioni dei consulenti degli indagati). Una decisione non facile: per chi chiederà il rinvio a giudizio?
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