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Reggio Emilia, i migranti vanno in scena: «Ecco la nostra odissea»

di Giulia Bassi
Reggio Emilia, i migranti vanno in scena: «Ecco la nostra odissea»

Grande successo alla Cavallerizza per lo spettacolo “Questo è il mio nome” . Gli autori: «L’energia degli attori ci ha contagiato: ora andremo nelle scuole»

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REGGIO EMILIA. Il teatro che infrange le barriere, abbatte i confini: della diffidenza, da parte del pubblico, e della paura per quanto riguarda i protagonisti. Per loro, i richiedenti asilo e rifugiati ospitati a Reggio Emilia, impegnati nello spettacolo "Questo è il mio nome", la dose della paura è stata doppia, quella dell'esibirsi davanti al pubblico e quella incancellabile racchiusa dentro di loro, legata alla tragedia della morte sfiorata durante la traversata per venire dal mare.

Il finale così coinvolgente ha significato una vittoria che si è trasformata in festa. Nei loro occhi si leggeva la felicità di aver ritrovato per un momento loro stessi, di aver compiuto un piccolo ma importante cammino ed aver conosciuto tanti amici, quelli che seduti anche per terra- dato che le poltrone della Cavallerizza erano tutte piene e fragorosamente li hanno applauditi.[[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:site:1.12132881:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/image/contentid/policy:1.12132881:1649489262/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

«Ero teso prima dell'inizio perché è stata la prima volta che abbiamo fatto lo spettacolo di continuo. Avevo paura e molta; non so se ce la faccio mi dicevo, ma alla fine - confessa Ogochukwu - ma sono stato cinque minuti davanti allo specchio a ridere per la soddisfazione».

Mamoudou Camara pensa molto a quello che deve dire e alla fine con infinito candore, osserva che «lo spettacolo mi ha aiutato moltissimo, in particolare per riuscire a parlare in pubblico e guardarlo negli occhi». A questo proposito Abdoulaye Conde, loro mediatore culturale ci confessa che la disinvoltura acquisita da Mamoudou lo ha portato ad improvvisare parimenti ad Ousmane.

Anche per gli autori- il Teatro dell'Orsa con Monica Morini e Bernardino Bonzani ed I Teatri che l'hanno collocato nel Festival Aperto è stata una scommessa, vinta al di sopra di ogni aspettativa, anche perché ha contribuito a far conoscere la squisita umanità a questi giovani. [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:foto-e-video:1.12132901:MediaPublishingQueue2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/foto-e-video/2015/09/21/fotogalleria/i-migranti-in-scena-tra-gli-applausi-di-reggio-emilia-1.12132901]]

«All'inizio si pensava come passare a questi degli strumenti espressivi per esercitare la lingua italiana e conoscere meglio il nostro contesto culturale - spiega Bonzani- poi nel corso del lavoro, ci siamo resi conto, che questi ragazzi erano portatori di saperi e di storie, ci hanno messo in condizione di avere una visione del mondo sotto una nuova angolazione. Anche nel fare teatro, il nostro atteggiamento creativo all'europea, era insufficiente, limitante. Siamo andati oltre, lasciando le sovrastrutture. Non è stato facile, è stato anche faticoso, ma ora mi sento di dire che siamo pronti per proseguire forti di una nuova energia. Il nostro desiderio sarebbe rappresentare lo spettacolo per i giovani, per l'università e per le scuole».

Anche il sindaco Luca Vecchi che era presente l'altra sera ha espresso questo desiderio. Baye Niase, il più grande dei ragazzi della compagnia, ha risposto che loro ci sono, sono pronti a dare per la città, non sono qui solo per prendere, sanno bene che ci sono diritti e doveri, e per meritarsi i diritti devono dimostrare di essere ancora più bravi, comportarsi con rispetto ancora di più.

Baye ha aggiunto che dopo aver attraversato il deserto della Libia e il Mediterraneo più di una volta, a Reggio ha trovato dei cittadini gentili e generosi; anche quando per la strada chiede un'informazione, trova sempre qualcuno che si offre di accompagnarlo, cosa che in Africa invece fanno solo i bambini. Intensi anche i commenti sui social.

«Stasera ho imparato che la mia gentilezza e il mio saluto non sono sufficienti, - scrive su facebook Ada Francesconi- ho imparato che incontrando qualche nuovo viso è giusto pensarlo come su quel palco, una possibilità di mostrarsi e di essere visto per davvero».

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