Gazzetta di Reggio

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«Aemilia, la politica deve svegliarsi»

di Evaristo Sparvieri
«Aemilia, la politica deve svegliarsi»

Tizian, il giornalista dell’Espresso sotto scorta, oggi in piazza contro la ’ndrangheta al fianco di Libera e Corto Circuito

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REGGIO EMILIA. «Questa manifestazione è un tentativo di risvegliare le coscienze. Un risveglio che non credo sia ancora avvenuto. Nonostante la maxi-inchiesta, si assiste sempre alle stesse logiche e alle stesse dinamiche, come il fatto che la politica si reputi salva, sostenendo che durante la ricostruzione post-terremoto ci sono state poche infiltrazioni. È evidente che non leggono i giornali». Le parole e l’impegno. Il coraggio di mettere nero su bianco verità scomode, portando a galla con le sue inchieste giornalistiche i primi segnali delle infiltrazioni della ’ndrangheta in Emilia. Un radicamento mafioso raccontato con costanza e determinazione da Giovanni Tizian, giornalista del gruppo Espresso, finito nel 2012 sotto scorta per le pesanti minacce ricevute dal boss calabrese Nicola “Rocco” Femia che, intercettato durante l’inchiesta Black Monkey, complottava con il suo faccendiere, Guido Torello, per «sparare in bocca» al giornalista.

Un’intimidazione che non ha fermato lo scrupoloso lavoro del cronista, che oggi dalle 9.15 sarà in piazza Gioberti per “Svegliati Aemilia!”, manifestazione-corteo diretta al Parco Cervi e organizzata da Libera, Cortocircuito, Agende Rosse e Colore. Un’iniziativa per ribadire il “no” a qualunque mafia, quando ormai manca poco più di un mese alle udienze preliminari per i 219 imputati di Aemilia, al via il 28 ottobre nell’aula speciale allestita alle Fiere di Bologna.

Tizian, l’Emilia non si è ancora svegliata. Quanto sono importanti queste manifestazioni di sensibilizzazione?

«Sono fondamentali, perché bisogna raccontare alla gente chi sono gli ’ndranghetisti di questo territorio. Non solo svelare i boss, ma anche e soprattutto chi sono i complici, spesso insospettabili che parlano emiliano. Questo è il valore di queste iniziative: portare il più possibile le persone a conoscenza di ciò che significa davvero Aemilia».

Un impegno che parte sempre più spesso dalle associazioni, unico vero motore del risveglio delle coscienze.

«L’associazionismo è l’unica realtà che ha capito quali proporzioni ha raggiunto il fenomeno mafioso in Emilia. È un elemento di grande novità, che allo stesso tempo mette in risalto le gravi mancanze delle istituzioni e dell’imprenditoria. C’è uno stacco tra l’associazionismo che si impegna da un lato e l’indifferenza degli attori e di buona parte della cittadinanza dall’altro».

Crede che la gente non abbia percezione del fenomeno?

«Spesso l’opinione comune è attraversata dall’idea del pericolo della microcriminalità, senza rendersi conto di quanto siano ben più pericolosi quei fenomeni mafiosi che non creano allarme sociale. Penso all’usura, alla pressione mafiosa o al riciclaggio».

A Bologna hanno faticato a trovare un’aula in grado di ospitare le udienze. Lo stesso problema si ha qui per il maxi processo. Non lo trova assurdo dopo gli sforzi della Dda?

«È assurdo, ma è nella storia di questo Paese. Anche nel maxi-processo a Palermo, dove gli imputati erano il doppio di Aemilia, mancava un’aula bunker. Con l’impegno di Falcone e Borsellino è stata poi costruita subito: non volevano che il processo si svolgesse a Roma. Anche a Palermo si diceva allora che la mafia non c’era. In maniera diversa, sono le stesse dinamiche del nostro territorio, che si dimostra ancora non pronto a prendere coscienza di questi fenomeni, trovandosi impreparato anche a livello di strutture».

E il giornalismo? Cosa può fare?

«Il ruolo della stampa è fondamentale. È lo strumento per mettere in allerta i cittadini, come ha fatto la Gazzetta, che segue da sempre con attenzione questi argomenti. Bisogna avere responsabilità del proprio ruolo, cercare di raccontare ogni dettaglio per mettere in luce tutti i modi in cui si manifesta il potere della ’ndrangheta sul territorio. Aemilia ha poi mostrato due facce del giornalismo. E anche per questo è un’inchiesta importante, mettendo in luce racconta due facce della stessa realtà: un giornalismo complice e un altro che invece fa il suo mestiere. E che sa farlo bene».

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