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«Dopo lo scippo a farci più male è il silenzio delle istituzioni»

di Elisa Pederzoli
«Dopo lo scippo a farci più male è il silenzio delle istituzioni»

Peggiorano le condizioni della donna aggredita per rubarle la collana: un mese di gesso per la frattura alla mano. Nuovo appello del marito: «Non riconosco più la mia città, il sindaco ci incontri»

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REGGIO EMILIA. «Ne ho superate tante, ma questa è troppo. Stavolta non ce la faccio. Non mi aspettavo tutto questo, proprio non me l'aspettavo». Rosanna Canuti tiene in alto l'avambraccio destro coperto da una vistosa ingessatura. E' uscita da pochi minuti dall'ospedale Santa Maria Nuova con una notizia che proprio non ci voleva: il medico le ha detto che la frattura all'anulare richiede che tenga quella pesante fasciatura per un mese intero. Il colpo di grazia dopo quello che è accaduto.

L'anziana, poco più di che settantenne, è una delle vittime dello scippatore che sta terrorizzando la città. O degli scippatori: ancora non si sa se il colpevole sia un uomo solo, o se più di un malvivente stia girando per i quartieri di Reggio prendendo di mira le signore sole per strappare loro dal collo catenine e collier. Ma è senz'altro paura quella che si legge negli occhi di Rosanna, a dieci giorni dall'accaduto. E rabbia in quelli di suo marito. Che dopo un primo accorato appello sulle pagine delle Gazzetta, all'indomani di quanto accaduto alla moglie, torna alla carica. «Adesso ci metto nome e cognome: sono Mario Facchini io chiedo che qualche rappresentate delle istituzioni, il sindaco ci dicano qualcosa. Ci incontri. Non è possibile che nessuno ci dica niente, che nessuno ci chieda se abbiamo bisogno di qualcosa. E' successa una cosa gravissima. Non può passare tutto sotto silenzio».

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Era mercoledì della settimana scorsa quando Rosanna Canuti è uscita dalla sua casa, nel quartiere dell'acquedotto, per andare a prendere il pane. «Non avevo neanche la borsetta, solo una sportina di plastica» racconta. Ha compiuto pochi passi fino al negozio, poi si è incamminata verso casa. «Ho fatto in tempo a mettere la chiave nella toppa del cancello, quando mi sono sentita prendere da dietro. Ho messo una mano sulla collana per difendermi e ho urlato, ho chiesto aiuto. Lui con l'altra mi è passato sotto il mento. Ho pensato che mi volesse soffocare» raccontando tenendosi il collo come ha fatto quel giorno. «D'istinto, gli ho morso la mano. Ma lui ha tirato forte e mi ha colpito il mento» spiega mostrando il livido che quel gesto le ha provocato. «Poi lui è scappato con la medaglietta e io mi sono accasciata a terra. Non ci vedevo più, non sentivo più niente. Ho pensato che sarei morta…» confida con gli occhi che le si riempiono di lacrime.

Rosanna è cardiopatica. Ce lo aveva già confidato il marito. Qualche anno fa è stata operata la ginocchio, più di una volta: menisco, protesi. Noie dalle quali si è ripresa bene, grazie alla sua forza di volontà. «Ma se fosse caduta? Cosa sarebbe successo? Io ho rischiato di perdere mia moglie…» interviene il marito. E anche la sua rabbia si trasforma in commozione.

Sono passati dieci giorni. La strada è in salita. «Sono uscita di casa per la prima volta soltanto ieri, ma faccio due passi e mi guardo intorno. Ho paura di essere assalita un'altra volta. E di notte, chi è che riesce a dormire? Cerco di andare a letto tardi, per non pensarci. Sperando che la stanchezza abbia il sopravvento. Ma non basta. Mi alzo e giro per la casa. Non mi passa dalla testa quello che è successo, continuo a sentirmi quel braccio che mi prende il collo… Poi, non riesco a fare niente, avrei bisogno di qualcuno. Ma i miei figli lavorano, non voglio pesare su di loro. In più le terapie costano e io posso contare solo su di una pensione minima» spiega la donna.

Ma a fare male ora è anche il silenzio delle istituzioni nonostante il signor Mario, già all'indomani dell'accaduto, avesse invocato sulle pagine del nostro giornale delle risposte. «Siamo persone perbene, che abbiamo sempre lavorato, pagato le tasse. Io ho fatto del volontariato. L'umiliazione più grossa per questa città è che nessuno dica niente di quanto sta accadendo. Ero orgoglioso della mia città, non riesco a rassegnarmi a questo: oggi non si può uscire di casa, non si può frequentare un parco perché si rischia quanto accaduto a mia moglie - si sfoga l'anziano - Cosa abbiamo fatto di male a questa società? Almeno, ci saremmo aspettati che qualcuno ci venisse a chiedere se abbiamo bisogno di qualcosa. Mi rivolgo alle istituzioni: non si può essere miopi, ciechi e sordi. Chiedo che ci sia un confronto con chi sta soffrendo, come me e mia moglie adesso».

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