Lo psicodramma della riforma del Senato
Massimiliano Panarari
Ottenuta l'ennesima tregua con la minoranza del partito, il premier-segretario del Pd resta il pivot e il perno dell'attuale fase politica, senza rivali che lo possano impensierire
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Tra gestacci poco commendevoli (quello del senatore verdiniano Barani) e urla, l'altroieri è andata in scena un'altra puntata del "serial" e "psicodramma" della riforma del Senato.
L'art. 1 della riforma del Senato è stato incassato e messo in cascina, e da qualche ora rullano i tamburi di guerra sulla parte più delicata, e vitale per il governo, di questa revisione costituzionale che ha in palio una posta davvero di portata storica per il sistema politico nazionale come la fine del bicameralismo perfetto. Ovvero l'art. 2, che è per molti versi l'architrave della riforma Boschi-Renzi, e riguarda la composizione e le modalità di elezione della nuova tipologia di Senato che uscirà da questa “rivoluzione” politico-istituzionale.
Ottenuta l'ennesima tregua con la minoranza del partito (che aveva minacciato fuoco e fiamme: un film già visto, come noto...), il premier-segretario del Pd resta il pivot e il perno dell'attuale fase politica, senza rivali che lo possano impensierire, a parte, seppure non certo per ragioni di competizione elettorale diretta, il presidente del Senato Piero Grasso.
Il quale, peraltro, si è ritrovato sotto il tiro incrociato delle opposizioni dopo che l'esecutivo ha avuto il via libera all'emendamento “supercanguro” – e così la giungla del neo-politichese si ripopola del marsupiale salterino... – approntato dal senatore Pd Roberto Cociancich (famoso anche, e non da ultimo, per essere stato una ventina di anni or sono il capo scout del presidente del Consiglio).
Stiamo parlando del “famigerato” emendamento ammazza-settanta milioni di altri emendamenti presentati dall'inesauribile leghista Roberto Calderoli, che per le opposizioni non sarebbe affatto “autografo”, ma un parto della micidiale creatività di un altissimo funzionario parlamentare.
E, così, se i sondaggi non appaiono molto rassicuranti per il Pd nel Paese, il progetto renziano si sta invece facendo irresistibilmente egemonico nelle istituzioni, e alza il tiro contro tutti i soggetti che rimangono a fare la fronda, come il Tg3 considerato un covo delle minoranze interne e un po' spicciativamente invitato ad allinearsi, e i talk show che ospiterebbero (in primis, appunto, sull'ex Tele-Kabul) un numero “esagerato” di esponenti pentastellati proponendo delle contro-narrazioni “gufesche” e non adeguatamente rappresentative dei risultati dell'azione del governo.
A dispetto di queste schermaglie e “scaramucce”, infatti, l'avanzata renziana procede nelle aule come da disegni del leader, e si sono pure notate alcune assenze piuttosto emblematiche e strategiche tra i banchi di una Forza Italia ormai in preda a una sorta di cupio dissolvi. A destra il caos regna sovrano, e vi si intravede anche la manina (o la “manona”) di Denis Verdini, ultima incarnazione di un fenomeno della politica italiana tanto ricorrente da avere assunto caratteri permanenti: il gattopardismo e trasformismo di certe classi dirigenti.
E la marcia di avvicinamento della pattuglia – più ampia perfino delle più rosee aspettative – al Pd renziano (per il quale il loro voto non olet, e anzi può tornare assai utile a compensare eventuali franchi tiratori) pare piuttosto evidente. La minoranza Pd su questo sembra avere visto giusto: il voto sulla riforma costituzionale si configura, come già è stato sottolineato in altre occasioni, come un insieme di prove tecniche di realizzazione di quel “partito della Nazione” che è il logico e naturale sbocco del progetto renziano in vista dell'Italicum.
Spetterebbe alla sinistra dem, se ne ha la forza, delineare delle alternative più durature de l'espace d'un matin di una qualche dichiarazione bellicosa. Perché tra i suoi (molti) stop and go, il flop dei referendum civatiani, il mancato concretizzarsi della “mitica” Coalizione sociale e la confusione del centrodestra, Matteo Renzi, maestro del divide et impera, ha davanti a sé una sterminata collezione di debolezze, incapaci di fare coalizione. E solo il M5S può dargli al momento qualche pensiero...
@MPanarari
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