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Il docufilm sulla Sanità e il caso del Sant’Anna

Il docufilm sulla Sanità e il caso del Sant’Anna

CASTELNOVO MONTI. Alla proiezione del documentario “Le mani sulla sanità”, organizzata dal comitato Salviamo le Cicogne, hanno partecipato tra gli altri il regista bolognese Giuliano Bugani, i...

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CASTELNOVO MONTI. Alla proiezione del documentario “Le mani sulla sanità”, organizzata dal comitato Salviamo le Cicogne, hanno partecipato tra gli altri il regista bolognese Giuliano Bugani, i consiglieri regionali 5 Stelle Gianluca Sassi e Raffaella Sensoli, Yuri Torri (Sel) e il sindaco di Castelnovo Monti, Enrico Bini.

A moderare la serata è stata la presidente del Comitato, Elisabetta Paroli. Attraverso varie interviste e testimonianze, il documentario parla di un disegno internazionale di privatizzazione dei servizi pubblici, proposto dai governi su tutto il territorio nazionale italiano.

Nel documentario sono presenti anche le testimonianze di Emanuela Cioni, presidente del Comitato di Porretta Terme che si è opposto, invano, alla chiusura del punto nascite, avvenuta nel febbraio 2014, e Sarah Brambilla del Comitato di Pavullo nel Frignano, attualmente in mobilitazione per il mantenimento del reparto di ostetricia. Alla proiezione è seguito un dibattito, con numerosi interventi. Cirto di Cristo (Rsu Usb) ha sottolineato: «Qui in Provincia c’è di mezzo il Mire, la nuova ala del Santa Maria, dove si concentrerà ostetricia e ginecologia. C’è una corsa da parte di certe organizzazioni Onlus a recuperare fondi per creare questo padiglione. Perché non c’è tale attenzione per Castelnovo? Accentrare tutte le risorse solo su una parte del territorio va a ledere il principio di territorialità e di uguaglianza».

È poi intervenuto il regista Giuliano Bugani, che ha esortato i cittadini a prestare attenzione: «Con l’inchiesta è emerso che negli ospedali che poi sono stati definitivamente chiusi, il primo reparto a sparire è sempre stato il Punto Nascite, a cui sono seguiti ortopedia, cardiologia, pronto soccorso e l’ospedale è diventato un ospedale di comunità. Sono ospedali dove si va a morire, non a curarsi, perché non ci sono più gli strumenti adeguati». (l.t.)

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