Tentata estorsione, 10 mesi all’ex dipendente di Max Mara
A sei anni dalla complessa vicenda che ha avuto non pochi colpi di scena giudiziari, il giudice Dario De Luca ha messo la parola fine al processo
REGGIO EMILIA. A sei anni dalla complessa vicenda – emersa all’interno della Max Mara – che ha avuto non pochi colpi di scena giudiziari, il giudice Dario De Luca ha messo la parola fine al processo di primo grado.
Il 36enne Luigi Gabriele Dalla Pria – difeso dall’avvocato Noris Bucchi – è da tempo accusato d’aver registrato una telefonata personale del suo referente di Max Mara per cui lavorava e poi – sempre per la procura – si era rivolto ad un altro responsabile dell’azienda minacciando di diffondere i contenuti di quella chiamata privata se non gli fosse stato prolungato il contratto, in scadenza dopo pochi mesi.
Due i reati contestati: interferenza illecita nella vita privata e tentata estorsione. Ebbene, il giudice De Luca ha assolto il 36enne dalla prima imputazione, mentre l’ha condannato per la tentata estorsione a 10 mesi di reclusione (pena sospesa).
Inoltre il giudice ha disposto che il risarcimento-danni per le parti civili venga liquidato in separato giudizio (cioè in sede civile). Nel processo – tramite l’avvocato Roberto Sutich – si sono costituiti parte civile i due dipendenti della casa di moda della famiglia Maramotti coinvolti in questa storia, ma anche la stessa Max Mara.
Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 2 anni e 4 mesi di reclusione. Una vicenda processuale che non finirà qui. «Sono state concesse tutte le attenuanti – replica l’avvocato difensore Bucchi – comunque riteniamo non esistente la tentata estorsione. Attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza per poi impugnarla».
Di diverso avviso l’avvocato di parte civile Sutich: «La tentata estorsione risulta pienamente confermata così come è specificata negli atti di denuncia di Max Mara e dei suoi due dipendenti. Accusa peraltro avvalorata già da una precedente udienza dal giudice Alessandra Cardarelli che aveva respinto la richiesta di patteggiamento sul reato meno grave (tentata minaccia, ndr) originariamente contestato, ritenendo che si trattasse di tentata estorsione».
Il legale di parte civile fa riferimento a quanto avvenne alla fine di maggio di tre anni fa, quando il giudice Cardarelli respinse il patteggiamento (a 3 mesi, pena sospesa, commutata con una multa di 22.500 euro) concordato dalla difesa con il pm Valentina Salvi.
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