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Si uccise in carcere il giorno del processo: è giallo

Reggio Emilia: per la procura è suicidio, ma la famiglia del 28enne ha molti dubbi e chiede l’autopsia: «Sapeva che presto sarebbe uscito»


13 ottobre 2015 di Tiziano Soresina


REGGIO EMILIA. Morire in carcere a 28 anni, poche ore prima del processo. Una storia triste che i familiari ritengono però misteriosa se non inquietante e piena di dubbi. Da qui il passo di presentare una denuncia in procura tramite l’avvocato Nino Ruffini.

La vicenda si snoda nella notte fra il 17 e il 18 settembre scorso. Riguarda il giovane tunisino Hesen Ben Fadhel: il nordafricano è da dieci anni in Italia, un muratore che lavora in nero perché clandestino e quando gli ingaggi finiscono per la crisi cade sempre nello stesso errore, cioè spacciare droga. Un volto, quindi, noto per la giustizia e per il carcere della Pulce.

A riportarlo in cella il 28 luglio è sempre la stessa accusa legata agli stupefacenti. Dice che stavolta non c’entra, fa istanza per parlare con il magistrato di sorveglianza e con la famiglia, vuole cambiare avvocato difensore, fa lo sciopero della fame e della sete oltre a non voler più sottoporsi a terapie farmacologiche. E’ il suo modo di manifestare contro un arresto che ritiene ingiusto. La situazione precipita nella notte precedente il processo.

E’ in cella da solo e alle 23.50 del 17 settembre sta guardando la televisione quando gli agenti penitenziari passano per il controllo di routine. Mezz’ora dopo la macabra scoperta: il 28enne, con una cintura di stoffa, è impiccato alla finestra della cella.

Gli agenti, il medico della struttura carceraria e i sanitari del 118 cercano disperatamente di salvargli la vita, ma all’1.05 del 18 settembre viene dichiarata la sua morte. Un suicidio che, però, non convince fin dal primo momento la famiglia («Hesen non ha mai pensato di uccidersi») ed incarica l’avvocato Ruffini di visionare gli atti d’indagine.

E i dubbi dei familiari sono ora in una denuncia in cui chiedono come primo “passo” l’autopsia, basandosi su una serie di anomalie riscontrate: la sciarpa usata dal 28enne quella tragica notte non è sua (non risulta dalla perquisizione effettuata giorni prima); i bigliettini lasciati in cella con frasi contro la giustizia sono scritti in italiano ma lui era analfabeta; le foto della tragedia hanno una data diversa da quella dell’impiccaggione; Ben Fadhel sapeva che presto sarebbe uscito dal carcere perché l’attendeva una lieve condanna. Tanti motivi che spingono a non credere che il familiare si sia ucciso.

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