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La generazione fantasma riparte puntando al futuro

di Tecla Biancolatte
La generazione fantasma riparte puntando al futuro

Cresce in Italia il fenomeno dei “Neet”. Sono 2,5 milioni i giovani interessati Non lavorano, non studiano, non si formano ma la parola d’ordine è “reagire”

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ROMA  Si sentono bloccati, incapaci di fare, disillusi. Non sanno come informarsi, non sono nemmeno sui social network. Alle spalle hanno percorsi scolastici accidentati, finiti spesso in abbandoni. Davanti a loro, non vedono un possibile miglioramento. Ecco chi sono molti dei 2 milioni e mezzo di italiani tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano. Gli addetti ai lavori li chiamano con l’acronimo inglese Neet (Not in education, employment or training). Un fenomeno così grande racchiuso in sole quattro lettere che rischiano di entrare nel tritacarne delle formule stantie insieme a «L’Italia non è un Paese per giovani».

L’ong Weworld ha cercato di andare oltre i numeri e ha passato la parola a loro, ai ragazzi. Neet e non Neet. Tramite interviste, sondaggi e focus group ne ha raggiunti più di mille. Il risultato è la ricerca presentata a Roma ieri dal titolo -ancora in inglese- Ghost, vale a dire «fantasma». Cosa ne esce? Un Paese diviso tra quelli che ce la fanno e quelli che non ce la fanno. I primi sono per lo più figli di persone istruite, frequentano le scuole giuste, vanno in Erasmus, conoscono le lingue. I secondi, quelli che la ricerca chiama “marginali”, vengono da famiglie culturalmente modeste, senza risorse economiche. In mezzo c’è un’area grigia dove galleggiano i ragazzi che provano a darsi da fare ma non ci riescono, perché non sanno come farlo. Sono un popolo sotterraneo, fantasma appunto.

I numeri. Secondo l’Istat nel 2015 i Neet in Italia hanno raggiunto un’incidenza del 26%, una quota molto al di sopra della media europea che si attesta al 15%. Peggio di noi c’è solo la Grecia con il 28%. I Neet italiani sono soprattutto al Sud dove raggiungono quota 35%. Molti di loro sono figli della dispersione scolastica che in Italia conta ogni anno 600mila ragazzi.

La scuola che non orienta. I giovani coinvolti nella ricerca raccontano di un’esperienza scolastica vissuta come poco formativa e poco abilitante al lavoro. Lamentano l’assenza di un’orientamento scolastico. Gli insegnanti non li hanno indirizzati oppure loro non sono riusciti a coglierne gli input.

A guidarli sono stati i genitori, punto di riferimento imprescindibile, in particolar modo le madri. In una scuola che sembra aver perso la funzione di ascensore sociale, la famiglia ha un ruolo determinante, quasi deterministico, nel percorso di studio: genitori con titolo di studio basso avranno con ogni probabilità figli poco istruiti. Nelle scelte scolastiche dei giovani il pragmatismo prevale sulla passione. Il 29% degli intervistati, infatti, dichiara di avere seguito una vocazione, mentre il 43% ha preferito la concretezza. La scuola è utile per trovare lavoro, più in teoria che in pratica: solo il 35% pensa che gli sia servita per l’impiego.

Il mondo del lavoro. Come si trova un lavoro? La maggior parte non ha dubbi: si va avanti grazie a parenti e amici. La stagnazione non è incidentale ma strutturale tant’è che circa i due terzi degli intervistati non vede possibilità di miglioramento nei prossimi 3 anni.

Le parole dei ragazzi. Darsi da fare, sentirsi attivi, reagire: questa è la chiave per non essere più Neet, termine che spesso viene associato a chi si lascia andare. «Meglio essere disoccupati che Neet», dichiara un ragazzo intervistato. Non a caso i ragazzi al primo posto come cause della condizione Neet hanno indicato: «Una mentalità non progettuale e non attiva». Diventare cittadini autonomi, questo chiedono i ragazzi alle istituzioni.

«A parte il programma “Garanzia Giovani” mancano politiche ad hoc per i Neet, che non sono da confondersi con i disoccupati», avverte il sociologo Fabrizio Maurizio, curatore di Ghost. Soprattutto bisogna partire dal basso, dall’istruzione, fondamentale fin dai primissimi anni di vita. Ne è convinto Maurizio: «Prima ancora del lavoro e del percorso formativo, c’è la scuola. Bisogna lavorare sulla maturità dei ragazzi e per farlo bisogna lavorare fin dalla prima infanzia, addirittura da 0 a 3 anni. Lo dicono anche i premi Nobel».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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