Confessa e il giudice lo “premia”: 16 anni
Colpo di scena al processo per l’omicidio di Andrea Germini. Attenuanti concesse all’assassino, premeditazione cancellata
CASTELNOVO MONTI. In un foglio la confessione scritta del marocchino 28enne Fettah Abdelkebir, che ammette di aver premeditato l’uccisione – il 18 agosto 2014 – del collega 32enne Andrea Germini per motivi passionali: si era invaghito, pensando di essere corrisposto, della moglie del compagno di lavoro.
Un colpo di scena, ieri all’inizio dell’udienza-chiave, che avrà un peso perché il gup Giovanni Ghini cinque ore dopo premierà quest’atteggiamento collaborativo dell’imputato, ritenendo le attenuuanti generiche equivalenti alle aggravanti, il che significa spazzata via la premeditazione. Lo sconto di pena di un terzo previsto dal rito abbreviato scelto che fa il resto: 16 anni e 10 giorni di reclusione. Ai cinque familiari della vittima costituitisi parte civile va una provvisionale di 10mila euro ciascuno. Un epilogo che elettrizza il nordafricano: piange e ride, abbraccia l’avvocato difensore Noris Bucchi e i suoi collaboratori di studio (i legali Luigi Scarcella e Jenny Loforese), mentre attorno a lui c’è il gelo dell’accusa (il pm Valentina Salvi aveva chiesto 30 anni di reclusione) e la sofferenza dei familiari della vittima. «Sono molto soddisfatto – spiega l’avvocato Bucchi quando le emozioni si sono ormai sopite – è stato raggiunto il massimo possibile. Ha premiato la linea difensiva estremamente collaborativa. La confessione, anche se un po’ tardiva, ha pesato, del resto sono tante le sentenze concedenti le attenuanti generiche a chi ha confessato e poi precisato i particolari nel processo». Il suo assistito ha ammesso la premeditazione, ma poteva anche non farlo perché le prove raccolte in tal senso – a parere della difesa – erano labili.
E in due ore e mezza di un’arringa articolata ed appassionata al tempo stesso, l’avvocato Bucchi ha attaccato il “cuore” della premeditazione, cioè la testimonianza della persona che ha visto Fettah giorni prima sul luogo del delitto, contestando – con foto, mappe e i giornali – sia che l’abbia riconosciuto, sia che fosse quello lo zaino del marocchino (costringendo il giudice a farlo portare in aula). Picconate anche su come lo zainetto è stato repertato dai carabinieri («Un elemento inquinato e come il famoso gancetto del reggiseno nel processo ad Amanda Knox non utilizzabile»). Da parte sua il pm Salvi non nasconde il proprio disappunto: «Aspettiamo le motivazioni della sentenza, ma fin da ora nutriamo una forte perplessità sulla quantificazione della pena e sulla concessione delle attenuanti generiche. Non dimentichiamoci che si tratta di un omicidio premeditato, commesso con modalità feroci e con motivazioni unilaterali. Lo stesso Abdelkebir ha ammesso la premeditazione, ma non si è mai pentito di niente. Se facciamo la comparazione con altre sentenze emesse dal tribunale di Reggio, è stata comminata la stessa pena di un omicidio d'impeto, mentre qui siamo di fronte ad un omicidio con l'aggravante della premeditazione».
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