Delitto sul Secchia: «Pena mite, per un fatto così grave»
Reggio Emilia, il procuratore capo Grandinetti commenta la condanna a 16 anni. Con le nuove norme, fare appello per la Procura è quasi impossibile
CASTELNOVO MONTI. Difficile, se non addirittura impossibile un ricorso della procura contro la sentenza che ha condannato a 16 anni Fettah Abdelkebir, il 28enne marocchino che il 18 agosto del 2014 ha ucciso il compagno di lavoro Andrea Germini. E non perchè la procura non voglia, ma perchè la normativa recente per il rito abbreviato esclude (quasi del tutto) la possibilità per l’accusa di appellarsi a una sentenza di condanna. Lo può fare la difesa, senza il pericoloso che la pena aumenti.
Ma il procuratore capo Giorgio Grandinetti, sulla sentenza pronunciata giovedì dal giudice Giovanni Ghini, non nasconde le sue perplessità. «La pena inflitta in relazione alla gravità del reato e le modalità dei fatti non ci sembra adeguata, oserei dire che mi pare mite. Ma per il rispetto dovuto e sentito per il giudice, ci sembra doveroso aspettare di leggere le motivazioni» dichiara a 24 ore dalla condanna dell’uomo che ha ucciso il giovane padre di famiglia perchè si era invaghito della moglie, tra l’altro in attesa del secondo figlio.
«Rilevo - prosegue il magistrato - che la confessione resa è estremamente tardiva, necessitata dalla consapevolezza che gli elementi a carico dell’imputato erano copiosi». Ma poi entra nel merito di una sentenza che ha visto - toccando il linguaggio prettamente giuridico - il giudice stabilire un’equivalenza tra attenuanti generiche e aggravanti. «La concessione delle attenuanti generiche in caso di incesuratezza non è un automatismo e possono considerarsi minusvalenti delle aggravanti».
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L’aggravante, in questo caso, era quello della premeditazione confessata in una lettera dallo stesso omicida quando ha raccontato che dieci giorni prima del delitto era andato nel greto del Secchia dove poi ha ucciso Germini e aveva nascosto lì tutto ciò che serviva per ucciderlo. «Ci riserviamo di valutare quali iniziative sarà possibile intraprendere, se e quali» conclude il procuratore capo.
Aveva chiesto trent’anni di condanna il sostituto procuratore titolare dell’indagine, Valentina Salvi. Ma la strategia difensiva, portata avanti dall’avvocato Domenico Noris Bucchi, che ha visto a sorpresa l’imputato confessare deve aver fatto breccia ed è stata premiata dal giudice.
La famiglia della vittima non ha nascosto il dolore per una decisione che risulta incomprensibile per chi ha perso un figlio, un marito, un padre, un fratello. «E’ come se me lo avessero ucciso la seconda volta» sono state le parole della mamma Luisa Rossi, tra le lacrime dopo la sentenza.
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