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Aemilia, il processo deve restare a Reggio

Maria Mussini
Aemilia, il processo deve restare a Reggio

Esaurite le attività dell’udienza preliminare, è vitale che l’eventuale dibattimento sia tenuto nella sua sede naturale, Reggio Emilia

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Bene hanno fatto il sindaco Luca Vecchi e la giunta comunale a chiedere di costituire il Comune di Reggio come parte civile nel processo Aemilia, una vicenda di criminalità organizzata di proporzioni inedite per il nostro territorio e con confini ancora tutt’altro che definiti, almeno da quanto si può intuire dagli intrecci con altre inchieste giudiziarie che continuano a emergere.

La legittima rivendicazione del ruolo di parte lesa non deve tuttavia autorizzarci a prendere le distanze da questa inchiesta come se i fatti e le persone che la riguardano fossero un organismo estraneo alla nostra città. In realtà questo organismo così estraneo non è, tanto è vero che sono coinvolte aziende e persone emiliane, e non parliamo di mera manovalanza, ma anche di esponenti di primo piano della nostra società. Aemilia ha iniziato a vivere tra noi molto prima che ne prendessimo coscienza. Ora, per assumere la consapevolezza piena di questa realtà, è assolutamente necessario che il processo si tenga a Reggio.

L’udienza preliminare che inizierà il 28 ottobre è già stata prevista a Bologna, così come prescritto dal codice, in base al quale i reati di criminalità organizzata sono attribuiti al Gup del capoluogo del distretto in cui ha sede il giudice competente. Esaurite le attività dell’udienza preliminare, è tuttavia vitale che l’eventuale dibattimento sia tenuto nella sua sede naturale, Reggio Emilia.

I presupposti giuridici ci sono tutti. È stabilito infatti che il dibattimento avvenga davanti al giudice competente del luogo in cui si è costituita l’associazione e realizzata la programmazione, l'ideazione e la direzione delle attività illecite dell’organizzazione criminosa. E più di una sentenza ha già confermato purtroppo che le cosche reggiane sono autonome e non una semplice dépendance di quelle calabresi.

Un processo di questa entità necessita di ambienti e di attrezzature che rispettino i criteri di massima sicurezza: non a caso il presidente del tribunale Francesco Maria Caruso sta sollecitando il Ministero e la Regione affinché le attrezzature e gli impianti impiegati per l’udienza preliminare siano tali da poter essere poi trasportati a Reggio; da parte mia, confido che non tutti i 748 mila euro di finanziamenti regionali vengano usati per ristrutturare il padiglione della fiera di Bologna scelto per l’udienza preliminare, ma che una parte sia destinata a rendere idonei al dibattimento spazi della nostra città. Perciò sto verificando che sia esattamente questa la linea adottata dai responsabili dell’intero percorso e che Reggio sia messa nelle condizioni materiali per affrontare il processo.

La cultura della legalità vale questo prezzo: il processo Aemilia deve diventare un momento di presa di coscienza collettiva di qualcosa ormai profondamente radicato nel nostro tessuto sociale. Così radicato da fare pensare a una sorta di mutazione del nostro codice genetico, che è invece un’identità forte, fatta di gente diretta e pragmatica che nella capacità di rimboccarsi le maniche vede la strada migliore per garantire un futuro sano a sé e ai propri figli.

Ora questo Dna è entrato in contatto con il virus dell’imbroglio, dell’intimidazione e della violenza. Sarà il processo a dirci se si tratta di una mutazione o solo di un agente patogeno che, se pure aggressivo, può essere respinto dai nostri anticorpi. Per questo, il dibattimento si deve tenere qui, per aiutare la nostra città ad attivare tutti gli anticorpi di cui dispone.

Vicepresidente Gruppo Misto al Senato

 

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