Trasfusioni infette, colpiti 508 reggiani
I dati dell’Associazione italiana politrasfusi sugli indenizzi ottenuti nella nostra provincia per episodi antecedenti al 2005
REGGIO EMILIA. «Non si tratta affatto di un caso isolato». È un giudizio netto quello di Angelo Magrini, presidente dell’Associazione politrasfusi italiani, commentando il maxi risarcimento chiesto al Comune dagli eredi di un reggiano scomparso nel 2008, dopo aver subito una trasfusione nel 1978 al Santa Maria.
Sangue infetto secondo i familiari dell’uomo, che gli causarono un’epatite poi evolutasi in epatocarcinoma, per la quale sulla base di una complessa normativa ora viene chiesto al Comune un risarcimento di 3,2 milioni. Nel 1978, le aziende sanitarie non avevano ancora una personalità giuridica. E per episodi anteriori al 1980 sono citabili in giudizio i Comuni, dal momento che sono considerati competenti per territorio delle unità sanitarie locali.
Un processo nel quale si dovrà dimostrare un nesso causale fra la trasfusione e la malattia, in una battaglia legale su più fronti. Secondo i dati dell’Associazione politrasfusi italiani, solo nella nostra provincia sono 508 le indennità riconosciute per trasfusioni infette da Hiv e Hcv (fattore di rischio per l’epatite C) prima del 2005.
«Va detto che Reggio Emilia è una delle meno esposte dalle infezioni in quanto il controllo dei donatori è molto rigido, un po’ come viene fatto in altri centri d’Italia», aggiunge Magrini, che comunque sottolinea come il dato sia «sottostimato». Non solo per le difficoltà oggettive di dimostrare un nesso causale. «Ma anche perché molte persone non sono a conoscenza del fatto che dal 1992 esiste una legge per chiedere gli indennizzi».
Magrini l’ha scoperta sulla sua pelle. Coinvolto in un incidente stradale nel 1991, per una trasfusione ha contratto l’epatite. «Nel 1997 sono stato operato di cancro. Ora sono al settimo intervento». Le legge in questione, la 210 del 1992, è il testo di riferimento per chiedere gli indennizzi per coloro che sostengono di aver contratto Hcv o Hiv da una sacca infetta, riconoscendo 700 euro a bimestre a malato fino al decesso, quando i familiari sono risarciti con una cifra una tantum di circa 78 mila euro.
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«Su 508 reggiani indenizzati, credo potenzialmente ce ne siano altrettanti che potrebbero usufruire della legge, ma che non conoscono la norma», aggiunge il presidente dell’Associazione politrasfusi. Un iter lungo e interminabile, che spesso affonda le sue origini in un’epoca in cui la medicina non aveva tutti gli strumenti per riconoscere le malattie virali, con cartelle cliniche in molti casi disperse in fascicoli cartacei depositati da anni nei magazzini ospedalieri.
Per poter ricevere l’indennità, il procedimento prevede la domanda all’Ausl e la valutazione da parte di una commissione medico-ospedaliera.
«Negli anni in cui l’Hcv non era conosciuto ufficialmente – spiega ancora Magrini – era il livello di transaminasi presente nella sacca a rappresentare un segnale d’allarme: se era una volta e mezzo superiore alla norma, quel sangue non doveva essere trasfuso. E qui subentra la responsabilità oggettiva». Ma l’indennità – che viene pagata dal Ministero della Salute – è un percorso diverso rispetto al risarcimento danni, dove si mette in moto la giustizia civile in cause dall’esito sempre molto incerto.
«In aggiunta all’indennizzo, per il danno biologico venivano riconosciuti risarcimenti “tariffari”: transazioni per non andare a processo, pari a 443 mila euro per le persone ancora in vita e a 619 mila euro per i decessi, sempre saldati dal ministero». Cifre che nel corso degli anni sono finite inevitabilmente nella scure dei tagli.
«Dall’anno scorso c’è un decreto che rappresenta una vera beffa per i malati, riconoscendo solo 100 mila euro una tantum per ogni caso. Ma quando si va a processo, sempre più spesso si finisce in prescrizione e nei casi che affondano nel passato non c’è quasi mai possibilità di rivalsa nei confronti del centro trasfusionale».
È proprio questo il caso che vede coinvolto anche il Comune di Reggio Emilia, che si trova ora a rispondere per episodi che all’epoca dei fatti lo vedevano estraneo. «Veder riconosciuti i propri diritti è un percorso difficile ma non impossibile. Basta volerlo».
Una battaglia per il riconoscimento dei diritti dei malati che Magrini e la sua associazione hanno portato fino alla Corte europea dei diritti umani, che già nel 2013 ha stabilito che lo Stato deve versare a circa 60mila italiani infettati l'indennità integrativa speciale prevista dalla 210/1992. Un’udienza a Strasburgo è prevista a metà dicembre.
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