Morì dopo una trasfusione «Ora lotto per i suoi diritti»
La battaglia di una reggiana che perse la madre per una sacca di sangue infetto «Da troppo sono in attesa di sapere come finirà la transazione con il ministero»
REGGIO EMILIA. «Una burocrazia infinita. Per fortuna in questi anni ho conservato tutti i documenti. Ma non vedo ancora la fine». Parlarne significa ogni volta andare a riaprire una ferita mai del tutto rimarginata. Ma la sua battaglia continua senza sosta, con lo scopo di vedere riconosciuto quello che considera un diritto. La reggiana Manuela Gibertoni oggi ha sessant’anni. Ma è dagli anni Novanta che è in attesa di veder riconosciuto un giusto risarcimento. Sua madre, Maria Battini, per anni ha combattuto con un’epatite C, poi evolutasi in cirrosi e tumore al fegato. Aveva subito una trasfusione da una sacca infetta. Ed è morta a 75 anni, nel 2004, assistita in casa proprio dalla figlia, che ora chiede giustizia.
«Alla fine degli anni ‘80 – racconta – mia madre è stata operata all’ospedale di Carpi per una colecisti. Durante l’intervento, perse molto sangue e ha avuto bisogno di una trasfusione». Subito dopo l’operazione, la donna ha cominciato ad accusare frequenti malesseri: «Le è stata diagnosticata un’epatite non A nè B». È questa infatti la formula con cui veniva identificata l’epatite C prima della sua conferma scientifica, avvenuta nel 1989. Solo nel ‘90, inoltre, è diventato obbligatorio il test dell’Hcv – fattore di rischio per cirrosi ed epatocarcinoma – per il sangue proveniente da donatori. «La mia battaglia per ottenere un giusto risarcimento è cominciata negli anni ‘90 – aggiunge Gibertoni – ho sentito per caso in tv che parlavano di casi simili a quello di mia madre. Ho provato a fare una denuncia “personale”. Poi sono entrata in contatto con l’Associazione italiana politrasfusi, continuando con loro questa battaglia».
Le legge 210/1992 è il testo di riferimento per chiedere gli indennizzi al ministero della Salute da parte di coloro che sostengono di aver contratto Hcv o Hiv da una sacca infetta. Sulla base della legge, sono riconosciuti 700 euro a bimestre a malato fino al decesso, quando i familiari sono risarciti con una cifra una tantum di circa 78 mila euro. Per ottenere l’indennizzo, bisogna dimostrare ad una commissione medico-ospedaliera il nesso causale fra trasfusione e malattia. Nella nostra provincia, secondo i dati dell’Associazione italiana politrasfusi, sono 508 gli indennizzi riconosciuti per fatti antecedenti al 2005. Un iter lungo e complicato, terminato da Gibertoni con il riconoscimento dell’indennizzo. Lasciando però ancora in sospeso il difficile percorso per ottenere anche una transazione con il ministero della Salute, procedimento alternativo ad una causa civile di risarcimento danni. Nei giorni scorsi, a causa di una complessa normativa, gli eredi di un reggiano morto nel 2008 hanno citato in giudizio il Comune, chiedendo un maxi-risarcimento da 3,2 milioni per una trasfusione che risale al 1978.
«C’è una burocrazia infinita e bisogna fare una fatica pazzesca per mettere insieme tutti i documenti. Io ho conservato anche gli spilli, ma ci sono tante altre persone che non sono nella mia condizione. Un semplice pezzo di carta può fare la differenza». Il tempo, in casi del genere, non sempre è alleato. E nel corso degli anni le transazioni sono finite nella scure dei tagli, passando con un recente decreto da 443 mila euro (per le persone ancora in vita) e 619 mila euro (per i decessi) a 100 mila euro per ogni caso. «In questo modo si specula sulla vita delle persone che hanno fatto morire – conclude Gibertoni – I malati sono tutti uguali. E non trovo giusto che, da un giorno all’altro, ci siano queste differenze».
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