«Senza lavoro come farò a curare il mio bimbo?»
Luzzara: 66 posti di lavoro persi alla Flexi-Bord, prosegue lo sciopero a oltranza Uno degli operai ha un figlio con problemi fisici, altri temono di perdere la casa
LUZZARA. Dopo tre giorni consecutivi di sciopero, per oggi e domani i lavoratori della Flexi-Bord di Luzzara faranno una pausa per poter restare insieme alle loro famiglie. Ma da lunedì prossimo torneranno davanti ai cancelli dell’azienda di via Che Guevara per continuare il presidio.
La decisione di proseguire lo stato di agitazione è stata presa ieri dalle Rsu aziendale e dalla Filctem-Cgil. Ma se pure ci fosse stata la possibilità di tornare a lavorare, alla delegazione sindacale che ieri mattina ha provato a mettersi in contatto con l'ufficio personale è stato risposto che «non c'era alcuna disposizione sugli eventuali turni di lavoro, né sulle postazioni da affidare agli operai». [[atex:gelocal:gazzetta-di-reggio:reggio:cronaca:1.12352450:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.gazzettadireggio.it/reggio/cronaca/2015/10/29/news/sciopero-a-oltranza-contro-la-chiusura-della-flexi-bord-1.12352450]]
La chiusura della Flexi-Bord – leader nella produzione di bordi sintetici per l’industria del mobile – metterà in ginocchio 66 lavoratori, la stragrande maggioranza dei quali è single o separata e dunque monoreddito. E oltre ai drammi di intere famiglie, soprattutto di origine straniera che hanno anche quattro o cinque figli a carico, ce n'è uno in particolare che riguarda un operaio di origine indiana: Singh Harpal, 44 anni, residente a Suzzara (Mantova) che ha un bimbo di tre anni invalido a causa di una malformazione ai piedi.
La famiglia ha scoperto i problemi di deambulazione del bimbo solo sei mesi fa, quando ha iniziato a muovere i primi passi. La moglie è disoccupata e il bimbo ha bisogno di continue cure mediche. La famiglia è costretta a muoversi in cliniche specializzate a Monza e Milano, e tutte le spese di trasferta sono a carico del capofamiglia. «E ora come farò a curare mio figlio? In famiglia sono l'unico che lavora».
Ma tra i lavoratori c'è anche chi ha acquistato una casa e ha ancora diverse rate di mutuo da pagare: «Senza lavoro né reddito perderò la casa – afferma un operaio di origine pakistana –. Finiremo su una strada».
Akram Tahir, cittadino italiano proveniente dal Pakistan, ed Enzo Licciardi, con vari anni di anzianità alle spalle, sostengono di aver lavorato con professionalità nonostante l'azienda non avesse alcun piano di sicurezza. «La sicurezza? Ci dicevano di tenere pulito e in ordine il posto di lavoro, ma sulle macchine, per far prima, ci hanno tolto tutte le protezioni. C'erano perfino macchinari alza-sacchi che hanno spedito a Giulianova, mentre noi ci spezziamo la schiena ad alzare, per ogni turno, dai 2.500 ai 3.500 chili di peso. E la manutenzione è affidata ad un elettricista che fa pure da meccanico, ma non esiste manutenzione per i macchinari, e a volte i guasti li riparavamo noi».
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