Gazzetta di Reggio

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«Stanno pagando la loro autoreferenzialità»

di Evaristo Sparvieri
«Stanno pagando la loro autoreferenzialità»

Il segretario Costa: «Persi i valori di mutualità e trasparenza» E il partito? «Dieci anni fa non c’ero»

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REGGIO EMILIA. «Il partito è al fianco dei lavoratori e dei soci prestatori. Ci sono stati errori di strategia e una perdita di identità: hanno smarrito valori fondamentali della cooperazione». È piombata nel mezzo del crac. Inattesa, ma nello stesso tempo nell’aria. Una sorta di resa dei conti, nella quale il Pd ha scaricato apertamente la dirigenza Coopsette, prendendo le distanze e tirando fuori vecchi rancori. Non era mai successo. Lo hanno fatto per la prima volta nei giorni scorsi con una nota i segretari Pd di Sant’Ilario, Cadelbosco, Campegine, Calerno e Gattatico, che insieme al segretario provinciale Pd, Andrea Costa, hanno ufficialmente aperto il caso. Nel mezzo, gli intrecci pericolosi tra politica e cooperazione, cuore pulsante di questo pezzo d’Emilia in crisi nera. Su cui Costa ribadisce: «Il tema vero è l’autoreferenzialità di fronte ad una politica che è stata debole».

Costa, parole al veleno come non mai verso Coopsette. Il tempismo a molti è sembrato sospetto. Non crede di aver sparato sulla Croce rossa?

«Non credo che sia l’impressione avuta dalla maggior parte delle persone. Abbiamo interpretato lo stato d’animo di tanti».

Non c’entreranno mica i rapporti di Coopsette con la Lega...

«Personalmente, non mi interessa per chi vota il presidente di una cooperativa. Mi interessa che non si smarriscano i valori della cooperazione. Chi vede una speculazione politica del Pd sbaglia ».

Ma perché non aprire un’autocritica vera? È facile sparare ora...

«In realtà è da tempo che battiamo il tasto sulle stesse questioni. L’autoreferenzialità di diverse grandi imprese, anche cooperative, ha creato problemi aggiuntivi a quelli del ciclo economico sfortunato. Abbiamo voluto ribadire quali devono essere le peculiarità identitarie che devono caratterizzare il sistema cooperativo, aiutandolo a mettersi al riparo dalle congiuture sfortunate: democrazia, solidarietà, mutualità e trasparenza».

Ma quali errori sono stati commessi da Coopsette?

«È mancata una strategia. Quando la crisi ha iniziato a colpire, con la vicenda Cmr, è mancata la volontà di mettersi in discussione stando a un tavolo all’interno del mondo cooperativo per trovare lì dentro le risposte. È mancata capacità di reazione. A un certo punto diverse grandi imprese cooperative hanno pensato di stare in piedi da sole, senza confrontarsi con il mondo cooperativo stesso».

Nessuna responsabilità della politica? D’altronde le porte girevoli non sono un’invenzione campata in aria...

«La grande accusa la faccio anche alla politica. C’è stata un’inversione dei ruoli. Si è andati incontro alle esigenze delle cooperative e non a quelle dei territori. Io credo che ci debba essere un rapporto virtuoso tra economia e politica. Qualsiasi governo dialoga con le rappresentanze del mondo economico. Anche nel nostro piccolo deve esserci questo confronto, a maggior ragione se si parla di mondo cooperativo, con cui la politica ha in comune gli stessi principi. Quando parlo di rapporto con il mondo economico, parlo di un confronto virtuoso per raggiungere grandi obiettivi».

Finora più che agli obiettivi la sensazione è che la politica si sia interessata alle nomine...

«Dieci anni fa io non c’ero. Ma penso che la politica debole non si è preoccupata degli indirizzi. Deve esserci invece una politica forte. Che non vuol dire forte ad indicare i nomi».

Però anche in Sicrea c’è Bosi, che viene dalla politica... solo per fare un esempio. Non si perde mai il vizio?

«Chi pensa che spetti ai partiti fare i nomi dei dirigenti è un pazzo. I dirigenti devono essere scelti sulla base delle competenze».

Non crede però che sia stato proprio l’intreccio tra politica e cooperazione ad aver portato sin qui? Pensi a Parco Ottavi. Forse si sono persi i valori della cooperazione, ma non si sono raggiunte nemmeno dimensioni puramente imprenditoriali.

«Io credo che il sistema cooperativo ha contribuito insieme alla buona politica a costruire un patrimonio di benessere. È innegabile. Come innegabile l’errore di quelle cooperative che si sono sentite tanto grandi da non sentirsi in dovere di comportarsi in maniera virtuosa. Il risultato è questo: una politica debole di fronte a imprese autoreferenziali. Per fortuna oggi vedo ancora tanti interventi positivi, dove si crea ricchezza e posti di lavoro. Non possiamo dire che è stata solo colpa del mercato. Ma voglio guardare al domani».

E cosa vede?

«L’impegno di Legacoop, ad esempio, a tutelare posti di lavoro e a fare da garanzia per restituire parte del prestito. Voglio ripartire da elementi positivi e da volti nuovi. Forse proprio ora si stanno riscoprendo le radici dei principi. Se c’è questo impegno, la politica deve mettersi a disposizione. Ma ognuno deve fare la propria parte in un rapporto costruttivo».

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