La casa vacanze Reggiana diventa hotel
La struttura di Riccione da tempo dismessa dal Comune. Nasuti: «Un patrimonio educativo che non andava buttato»
REGGIO EMILIA. Le immagini spesso ingannano. Anche quando si tratta di ineccepibili fotografie scattate qui ed ora. Al contrario i ricordi, quando sgorgano da una vita vissuta con passione, sanno essere più veritieri. In questo caso le immagini sono quelle delle ex colonie “Reggiana” e “Adriatica” di Riccione, pronte ad essere trasformate rispettivamente in un hotel a 4 stelle e in un residence turistico. I ricordi sono invece quelli di Pierino Nasuti, storico responsabile dell’unità operativa del Comune di Reggio che ha avuto a che fare per decenni con tutti i servizi culturali extrascolastici dedicati ai bambini e ai ragazzi, dalle ludoteche ai centri educativi pomeridiani, dai progetti interculturali alle case di vacanza. Al mare e in montagna. Quelle case di vacanza che comunemente, sbagliando, chiamiamo colonie.
Proprio come la Reggiana e l’Adriatica: la giunta comunale di Riccione ha dato l’ok per il rilascio del permesso di costruire. A giorni il consiglio comunale dovrà approvare il progetto. Dopodiché l’apertura del cantiere entro l’estate. L’obiettivo è riqualificare la zona Marano, quella per l’appunto dove sorgono le ex colonie oggi ridotte a scheletri dietro ai quali è difficile scorgere storie di vita vissuta. Lo fa per noi Pierino Nasuti.
Che effetto fa, a lei che ha vissuto in prima persona l’esperienza delle case di vacanza, pensare che un hotel 4 stelle prenderà il posto di un progetto che con il business non aveva nulla a che fare?
«Ogni spazio, ogni luogo, ogni situazione destinata ai ragazzi, una volta che cambia i suoi interlocutori... secondo me è una perdita. Questa è la premessa, a prescindere dal caso specifico di Riccione. Cambiano i tempi ma sono convinto che le strutture costruite con tanta fatica e con grande partecipazione non vadano necessariamente buttate. L’alternativa è gestirle in maniera diversa».
Se le case di vacanza sono state mano a mano dismesse dal Comune, probabilmente alla base c’è un motivo economico. Non pensa?
«Ogni volta che si deve giustificare qualcosa, oggi, si ragiona in termini economici. In realtà i motivi sono sempre di origine culturale. E dispiace che Reggio, una città che dal punto di vista educativo ha sempre avuto uno sguardo “oltre”, abbia perso una parte così importante del suo patrimonio non tanto immobiliare ma culturale».
Che cosa hanno significato le case di vacanza per le famiglie reggiane?
«Da Cesenatico a Riccione attravero Bellaria e Busana, perché non parliamo solo di mare ma anche del nostro Appennino, le case di vacanza sono state qualcosa di assolutamente diverso dalle colonie. Nelle colonie, a partire dai tempi di guerra, i bambini venivano sfamati. Nelle case di vacanza il contesto educativo era alla base di ogni sperimentazione che abbiamo messo in campo. Perché era la pedagogia di Malaguzzi che guidava ogni nostra azione. E tutti i nostri progetti partivano dalla medesima convinzione: ogni bambino porta con sè dei diritti fin dalla nascita».
Che fossero al mare o in montagna, quindi, questi soggiorni non erano puramente ludici?
«Sicuramente ci si divertiva, ma avendo sempre presente un obiettivo educativo. Non a caso le centinaia anzi migliaia di educatori che hanno lavorato nelle case di vacanza reggiane, non erano mandati allo sbaraglio. Prima di partire seguivano una formazione ad hoc e spesso, in seguito all’esperienza specifica, partecipavano a concorsi per insegnare alle scuole materne piuttosto che per ricoprire altri ruoli educativi a contatto con bambini e ragazzi».
Di che cosa va particolarmente fiero?
«Sicuramente dell’inclusione dei disabili. Erano i tempi nei quali la scuola reggiana, prima di altre realtà, aveva cambiato pelle ed era andata oltre l’eredità delle differenziali. Noi, allo stesso modo, cominciammo ad ospitare nelle case di vacanza anche i disabili con risultati di inclusione sorprendenti».
Oggi che la crisi morde e non risparmia neppure i reggiani, le case di vacanza non appaiono più come una realtà superata o addirittura arcaica...
«Quell’esperienza dava risposte di equità sociale sul piano educativo. Centinaia di bambini, senza questa opportunità, non sarebbero mai potuti andare in vacanza. E sicuramente oggi, un servizio educativo di questo tipo, troverebbe i suoi interlocutori».
Lei ora è in pensione. Ha gettato la spugna?
«Assolutamente no. Sto lavorando con l’obiettivo di creare un’associazione che offra servizi per la fascia pre-adolescenziale. Un ambito nel quale c’è ancora molto da fare. Perché ripeto, costruire spazi e opportunità per i giovani, è sempre una battaglia per la quale vale la pena battersi».
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