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«Opg, noi pazienti lasciati senza assistenza»

«Opg, noi pazienti lasciati senza assistenza»

In una lettera tutta la preoccupazione dei reclusi: «Questa incertezza ci porta all’autodistruzione»

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REGGIO EMILIA. «Chiediamo il vostro aiuto perché, come è noto, state riducendo il personale medico, infermieristico e sociosanitario, a causa del superamento e della chiusura dell'Opg con il trasferimento dei pazienti internati prosciolti presso le Rems, dimenticando noi pazienti ancora reclusi minorati (art. 111 c.p.) e con malattia psichiatrica sopravvenuta in carcere (art. 148 c.p.), che continuano ad avere bisogno di cure e assistenza». Così inizia la missiva che porta la firma dei pazienti reclusi nella sezione reggiana dell’Opg e firmata “I reclusi. Non esclusi». A farsi portavoce della preoccupazione dei pazienti, e a dare il pieno appoggio alle loro richieste, è don Daniele Simonazzi.

Una situazione, questa di “attesa” della chiusura definitiva dell’Opg e del “passaggio” alle nuove Rems, che rischia di diventare una bomba ad orologeria ,

«Questa incertezza e restrizione così continua la lettera - affligge ancor di più la nostra emotività con forti ricadute depressive. Fin d'ora ci siamo sentiti sotto una campana di vetro, protetti e supportati, ma il pensiero che tutto possa cambiare (in peggio) a dicembre, ci angoscia. Non sapere cosa ci riservi il futuro e se potremo contare sull'assistenza sanitaria, ci reca sofferenza che si manifesta con pianto, crisi esplosive e gesti autolesionisti». E quando si legge “gesti autolesionistici” la mente corre agli episodi sempre più frequenti che anche la Gazzetta si è trovata a registrare. A sottolineare una situazione che giorno dopo giorno diventa sempre più preoccupante e drammatica.

«Ora - si legge - grazie a chi ci ha aiutato con cuore e professionalità, piano piano siamo riusciti a stabilizzare la mente e i pensieri. Essere privati di questa assistenza è come privare improvvisamente un bambino di ciò di cui ha bisogno per crescere sano».

«Ciò che chiediamo - così si conclude la lettera piena di sofferenza ma anche di speranza a sottolineare che non tutto può essere perduto - è di non perdere quello che abbiamo costruito, con fatica, con la riduzione del personale medico, infermieristico e socio sanitario, perché solo il pensiero ci fa stare male e ci porta all'autodistruzione».

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