Gazzetta di Reggio

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Cooperazione, sono mancati gli anticorpi

Mario Mazzoleni
Cooperazione, sono mancati gli anticorpi

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Da studioso, considerato esperto, del mondo cooperativo ho cercato nei giorni scorsi di comprendere come il mondo reggiano stesse metabolizzando la vicenda "Coopsette". Ho raccolto qualche articolo apparso sulla stampa nelle ultime settimane e mi sono ritrovato di fronte il tipico scenario all'italiana. Accuse e prese di distanza, difese e risentimenti, ricostruzioni degli ultimi anni che enfatizzano capacità e minimizzano errori per finire con l'articolo di Mauro Del Bue che, oltre a levarsi qualche sassolino dalle scarpe, finisce con il rappresentare le nuove leve dirigenziali cooperative come protesi del passato senza passione e competenze (anche relazionali e di tessera) del passato.

L'articolo di Del Bue però si conclude con una frase che vorrei utilizzare per provare a contribuire "in positivo" nell'operazione di rilancio del sistema cooperativo. L'ex deputato scrive, "Sono preoccupato per il default di un sistema che…oggi sta sprofondando nel silenzio di tutti. E senza una ricetta per salvarlo e rilanciarlo. Nella più assoluta mancanza di analisi e proposte. Manca un discorso sul futuro e restiamo muti a guardare come si guarda un burrone prima di finirci dentro".

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Credo che si debba proprio partire da queste ultime considerazioni anche per provare a convincere chi oggi lancia accuse, si difende, ricorda un remoto e idilliaco passato che, se per un verso, una crisi di questa natura (che non è solo di Coopsette ma ha visto altre importanti realtà cooperative implodere) non può che avere radici lontane, dall'altra parte limitarsi a rileggere il passato indicando colpe o richiamando remoti paradisi ideologici e comportamentali non aiuta ad immaginare un percorso virtuoso per il futuro della cooperazione italiana (non solo reggiana).

Come già scritto la genesi dell'attuale situazione ha radici lontane nel tempo ed è stata sicuramente alimentata dall'incapacità del sistema cooperativo di dotarsi in modo sistematico di anticorpi in grado di limitare le fughe in avanti di chi vedeva nella finanziarizzazione, nell'enfatizzazione del fare impresa il futuro del modello cooperativo (associando a queste spinte "innovative" anche una discreta incapacità di riconoscere i tratti distintivi che per lustri hanno permesso a queste aziende di essere imprese di successo nella loro diversità.

La deriva imperiale che ha contraddistinto molte cooperative oggi in crisi (ossia la mancata volontà di veri ricambi non solo generazionali ma, in primis, di persone al comando) ha aiutato (non necessariamente per cattiva volontà) a ridurre la capacità di inoculare nel mondo cooperativo sistemi di indirizzo nuovi e, spesso, ha evitato di dare il giusto peso all'introduzione di strumenti atti a controllare, risultati, comportamenti e prospettive. Molti oggi cercando di ricondurre le crisi alla fine del rapporto stretto tra politica e cooperazione.

Sbagliano non perché non vi sia una relazione importante con la fine dei privilegi che molte cooperative hanno potuto godere nel passato, ma perché, così facendo, perdono di vista il fatto che la cooperazione ha saputo per decine e decine di anni, in luoghi diversi da quelli emiliani (in italia e altrove) svilupparsi senza protezioni politiche. Sbagliano perché oggi in Emilia, in Italia e in tutto il mondo migliaia di cooperative continuano a prosperare, investire, sfidare i mercati con successo pur prive di appoggi o protezioni.

Certo come in tutte le vicende umane anche per molte cooperative (di certo quelle in crisi) la possibilità di operare in mercati protetti ha finito con l'affievolire sia competenze sia, soprattutto, la capacità di riconoscere nella propria diversità l'essenza del fare con successo impresa. Questo può avere anche portato ad una selezione meno aggressiva di quadri e manager, ma, anche in questo caso, è difficile pensare che il momento di difficoltà di alcune cooperative dipenda da una sorta di genetica modificata.

Oggi occorre avere il coraggio e il senso di responsabilità di proporre soluzioni, non di buttare in pasto ai giornali "cause". Per indicare soluzioni serve avere l'onestà, ma anche la competenza, per comprendere gli errori commessi, cercando di individuare gli errori di sostanza, quelli che hanno modificato la genetica dei comportamenti, non quelli che si vogliono usare strumentalmente per qualche scopo diverso da quello che si dichiara.

La premessa deve essere chiara, non è ne' superato il modello cooperativo, ne' è in crisi il sistema di fare aziende cooperative. Si può pensare che la crisi del proprio contesto, del proprio ambiente, sia "la grande crisi" ma così facendo si stravolge la realtà. Il movimento cooperativo (per altro anche nell'ambiente emiliano) continua, in tutto il mondo, ad operare, sfidare, crescere e ad innovare.

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Basterebbe che chi flagella provasse a navigare sui siti internazionali dell'ICA (international cooperative alleance) per scoprire quanto il movimento cooperativo sia oggi attivo e vincente, ma anche solo andando a leggere report che si possono leggere nel sito dell'Alleanza Cooperativa Italiana si possono trovare dati che possono scardinare l'idea della crisi del modello e della sua fine. Da qui è necessario partire indicando gli errori e le strade da percorrere. In sintesi provo a dare qualche spunto per agire su questo percorso virtuoso.

Prima di tutto occorre "raccontarsela giusta" sull'ubriacatura (non solo recente) dell'essere impresa e di mercato. Le cooperative sono imprese che sanno operare, eccome, sul mercato, ma non possono sfidare il mercato e l'essere impresa tradendo il proprio DNA. La coerenza con i valori di riferimento, quei principi che troppi leader cooperativi hanno messo nel dimenticatoio come filastrocche senza troppo senso, ha da sempre imposto alla cooperazione di operare attraverso logiche, processi e strumenti la cui adozione ha generato il successo cooperativo.

Chi li ha messi nel dimenticatoio ha rincorso "gli altri "andando a competere attraverso regole e approcci non congeniali alla cooperazione. Fare riemergere di corsa quel DNA e recuperare modalità di azione che dal rispetto di quei valori vengono imposti rappresenta la prima sfida di chi oggi è in crisi, sfida che non necessita di scorciatoie e soprattutto non può vincersi attraverso nuove illusioni "imprenditoriali".

Il secondo passaggio è un grande investimento in cultura cooperativa che ritorni ad "insegnare" a dirigenti e quadri, il significato intrinseco della diversità nel fare impresa, e riporti logiche, processi e strumenti cooperativi al centro dell'operare di queste aziende.

Il terzo passaggio è quello più difficile (anche leggendo i commenti della stampa), ossia rilanciare il modello partecipativo legato al coinvolgimento, alla solidarietà, all'operare insieme e non "contro" sostenuti dalle proprie individuali e soggettive posizioni o dai propri personali punti di vista. La cooperazione è partecipazione e coinvolgimento o NON E'!!

Per troppi anni in molte cooperative si è accantonato l'investimento reale (non formale e festaiolo delle assemblee) nei processi quotidiani di coinvolgimento, si è tradito lo spirito partecipativo (anche perché considerato difficile, superato e costoso). Le cooperative (e le imprese) che in tutto il mondo oggi continuano a funzionare dimostrano che la lotta all'anomia e il coinvolgimento sono la strada attraverso la quale si genera valore di impresa.

Infine, bisogna anche dare vita ad una verifica delle governance, questo non significa "rottamare" secondo logiche generazionali, ma nemmeno ignorare la difficoltà che "anziani e giovani cooptati" hanno nel mettere in discussione l'inerzia degli ultimi lustri. Anche in questo caso vale la pena di guardare altrove, un po' fuori dal nostro orto locale, le cooperative che hanno dimostrato capacità di crescita sono quelle che hanno garantito un percorso di ricambio ai propri vertici senza con questo "eliminare" chi per competenza ed esperienza è in grado di offrire il proprio contributo.

Anche da questo punto di vista la "diversità" cooperativa aiuta a superare i vincoli gerarchici. Le imprese in tutto il mondo stanno con successo adottando molti dei valori genetici della cooperazione dimostrando, ancora una volta, la modernità di questi sistema, forse varrebbe la pena di orientare la testa al futuro anche per chi nella cooperazione opera.

professore dell'università di Brescia

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