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cronaca

Mancata sterilizzazione: resta incinta del sesto figlio e fa causa all’Ausl

Guastalla: l’azienda sanitaria condannata a pagare 100 mila euro a una 37enne di Boretto per la nascita del figlio “indesiderato”


11 novembre 2015 di Andrea Vaccari


GUASTALLA. Riceverà oltre 100mila euro di risarcimento dall’Asl di Reggio Emilia per una gravidanza indesiderata. Ci sono voluti quasi otto anni ma alla fine il tribunale ha dato ragione a una 37enne pakistana residente a Boretto la quale, nel marzo del 2007, nel corso del parto del suo quinto figlio, chiese ai medici dell’ospedale di Guastalla di essere sottoposta a un intervento di sterilizzazione tubarica. Ma le cose, evidentemente, non andarono come previsto.

Perché, poco più di un anno dopo, la donna si ritrovò di nuovo in sala parto, per partorire il sesto figlio. A quel punto, davanti a una gravidanza indesiderata – che avrebbe portato ad aumentare gli impegni e le responsabilità dei genitori – la famiglia della donna decise di adire le vie legali e chiedere i danni. Ne nacque un contenzioso con l’Asl durato ben otto anni, e che si è recentemente concluso, con la sentenza del giudice unico Chiara Zompi.

Dalla ricostruzione dei fatti, è emerso che all’epoca i medici non avevano provveduto a realizzare quanto richiesto dalla paziente. I difensori dell’Asl hanno sostenuto che la donna non avesse fatto richiesta di sterilizzazione, ma a confermare la tesi della 37enne c’è un documento con la sua firma, nel quale dichiara di dare il consenso all’operazione. In seconda battuta, gli avvocati dell’azienda hanno contestato la fondatezza della richiesta della donna che, secondo la loro difesa, avrebbe potuto optare per un’interruzione volontaria della gravidanza.

I legali della donna (gli avvocati Mauro e Domenico Intagliata, dello studio Rovacchi e Intagliata di Reggio) hanno, di contro, fatto leva sulla sua decisione di portare a termine la gravidanza: un aspetto, questo, che ha messo a dura prova la situazione economica e umana della famiglia, sottoponendola a un evidente stress fisico e mentale.

La sentenza ha dato piena legittimità alle rimostranze presentate dalla madre, riconoscendo a lei e alla sua famiglia il danno per le sofferenze patite per effetto della violazione del diritto di autodeterminazione a una procreazione voluta e consapevole e per il costo del mantenimento di un figlio fino al raggiungimento della autonomia economica.

La dottoressa Zompi, nella sentenza, ha riconosciuto che “il diritto all’aborto non comporta che tale diritto debba essere esercitato, ben potendo sussistere ragioni etiche, morali o religiose che impediscono tale scelta”. Il tribunale ha così riconosciuto i profili di colpa dell’azienda Usl, condannandola al risarcimento dei danni non patrimoniali sofferti dalla famiglia lesionata nel suo diritto di “autodeterminazione della propria esistenza”, e dei danni patrimoniali per il mantenimento economico del figlio.

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